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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Profumo e i libici? Unicredit paga gli errori di Prodi

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Tutto è andato avanti finché nell'azionariato non sono comparsi altri protagonisti: il fondo sovrano di Abu Dhabi (4,99 per cento) e due soggetti libici (la Banca centrale di Tripoli e la Libyan Investment Authority) titolari di due pacchetti che assieme raggiungono il 7 per cento dell'intero capitale della banca guidata da Alessandro Profumo. Non solo: durante la visita romana del colonnello Gheddafi si è saputo che i libici, molto soddisfatti del loro investimento in Unicredit, vorrebbero salire ancora, almeno fino al 10 per cento.

Qualcuno ha fatto notare che la presenza libica è in contrasto con le regole vigenti perché in Unicredit vige quella del tetto del 5 per cento al possesso di pacchetti azionari. E i libici l'hanno di fatto violata perché nessuno crede che le due istituzioni di Tripoli siano entità separate e autonome, trattandosi di un Paese dove tutto, ma proprio tutto, fa capo sempre e soltanto a Gheddafi. Su questo punto è nata una polemica che ha investito soprattutto il dinamico amministratore delegato, Alessandro Profumo: è accusato di aver favorito l'ingresso dei capitali libici per sottrarsi alla morsa degli altri azionisti (leggi le Fondazioni) che pretendevano (e pretendono) da lui maggior attenzione ai problemi industriali dei territori nei quali la banca opera, piuttosto che alle grandi performance finanziarie apprezzatissime nel mondo anglo-americano cui Profumo si ispira. L'accusa è stata respinta al mittente (“non sono stato io a chiamare i libici”), ma non è bastato a placare le polemiche.

Ora bisogna trovare una quadra. E non sarà facile visto che l'interlocutore, il  colonnello, appena viene contraddetto su qualche argomento minaccia di riaprire la porta ai clandestini che dalla Libia si riversano in Europa e finiranno (sono parole sue, pronunciate proprio durante la visita romana) «di farla diventare come l'Africa». Da fare non c'è molto. Si può solo dire (ma è piangere sul latte versato) che il caso Unicredit dimostra ancora una volta come la stagione delle privatizzazioni sia stata nefasta. L'Italia, vista l'assoluta mancanza di grandi capitalisti di successo, avrebbe fatto meglio a mantenere una forte presenza pubblica nella governance di industrie chiave come le banche. Il modello Eni ed Enel, quotate in Borsa, ma con un pacchetto saldamente in mano al Tesoro, funziona. Invece dove sono stati seguiti i principi del capitalismo anglosassone le cose si sono messe male. Come nel caso Unicredit, dove adesso bisogna vedersela con i libici. Bel risultato.

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COMMENTI
10/09/2010 - Concordo e aggiungo (PAOLA CORRADI)

Oltre alle privatizzazioni citate nell'articolo aggiungerei anche le TELECOMUNICAZIONI che sono entrate in pieno nella logica prodiana. Ma mi chiedo non potremmo cercare di formulare cessioni più intelligenti separando ad esempio la proprietà dal servizio?