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SCENARIO/ 1. Ugo Bertone: i dati e la crisi Usa bocciano la "ripresina" dell'Italia

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 
La lettura complessiva di queste note sparse ci porta a comprendere l’ondata di pessimismo diffusa dall’Ocse: nella media dei Paesi del G7 la crescita su base annua per il periodo luglio-settembre si è fermata attorno all'1,4%, più o meno la metà del 2,7% stimato e sperato nel rapporto di maggio. Anche in caso di ripresa nell’ultimo scorcio dell’anno, non c’è da farsi troppe illusioni: «le incertezze circa la disoccupazione potrebbero mettere un freno all'espansione dei consumi privati che potrebbero essere frenati da ulteriori aggiustamenti nelle spese delle famiglie in seguito al peggioramento dei bilanci che c'è stato nel corso del periodo di recessione».


Non c’è da stare allegri, insomma. Non a caso il presidente Obama, a meno di due mesi dalle elezioni di mid term, ha deciso di dare il via ad una nuova terapia d’urto per aggredire la disoccupazione. Stavolta la terapia si basa su un piano gigantesco di opere pubbliche che, a detta degli scettici, richiederà comunque molto tempo, forse troppo tempo, prima di produrre i suoi effetti. Va detto, però, che non tutte le statistiche vanno nella stessa direzione. Gli ultimi dati in arrivo da Washington segnalano la forte caduta del debito commerciale americano (-14 per cento) a conferma che, pur con qualche difficoltà, il riequilibrio del deficit Usa procede, in parallelo al formidabile aumento del tasso di risparmio delle famiglie.


Terapia obbligata anche se non priva di effetti collaterali spiacevoli: è difficile immaginare un boom dell’economia americana, che rappresenta pur sempre un terzo circa del pianeta, in presenza di un calo dei consumi e dell’aumento dei risparmi. Così non è facile immaginare un’ondata di ottimismo negli States finché sulle famiglie pende la spada di Damocle di altri 4,5 milioni di sfratti oltre ai quasi 4 milioni degli ultimi anni (più sotto la presidenza Obama che quella di Bush).

 

 

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COMMENTI
10/09/2010 - Colpa delle PMI (Diego Perna)

Le aziende piccole e medie che sino a qualche tempo fa orgoglio e vanto del ns paese, sono le prime ad essere in difficoltà, nessuno le ascolta, anzi si dice da più parti, non ultimo Tremonti che se non si decidono a diventare grandi, mettersi in rete e quant'altro sono costrette a morire. E' vero questo? Non sono sicuro, certo è che così dicendo si addossa loro la responsabilità del loro insuccesso nel mercato globale e non ci si preoccupa di dare a queste un sostegno concreto, come pagamenti certi, riduzione Irap, burocrazia e aiuti economici di varia specie tranne non abbiano fatturati sopra i 10 mln. Si vive da tempo di slogan, coniando definizioni come ripresa stop and go, a macchia di leopardo, fragile, ripresina-ina-ina, alternata, oggi si domani no, ripresa senza occupazione, insomma non si sa più cosa dire, e così pian piano, cercando di mantenere inalterato un sistema che premia solo i grandi capitali e le multinazionali, insomma tutto che ciò che è grande, ma sfrutta i piccoli, vedi allevatori sardi, solo per fare un esempio tra tanti, ma già di questi quattro pecorai analfabeti non se ne parla più, ci troviamo sempre più con le pezze al sedere. Oggi siamo in crisi e il mio commento è consono, ma già spero in domattina, al massimo nel pomeriggio che il Pil sarà in aumento e saremo fuori dal tunnel. Ciò che non cambia è la vita delle famiglie sempre più difficile, ma di questo a chi gliene frega, c’è il calciomercato!