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Economia e Finanza

SCENARIO/ 1. Ugo Bertone: i dati e la crisi Usa bocciano la "ripresina" dell'Italia

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

 
Insomma, come sostiene Roubini, più che sperare in una duratura inversione di tendenza, sarà necessario rassegnarsi ad una lunga sequenza di “stop and go”, ovvero di ricadute nella crisi accompagnate da segnali di ripresa: il “develeraging”, cioè il calo dei debiti accumulati dalle famiglie Usa e dagli Stati europei impone sacrifici. La speranza è che le energie scatenate nei Paesi emergenti non si esauriscano, a causa del calo dei consumi in Occidente, ma possano produrre effetti virtuosi, anche a vantaggio dell’export italiano.

 

A giudicare dall’Ocse, l’anello debole tra i paesi del G 7, è proprio l’Italia che rischia di finire in recessione. Il problema è che la ripresina italiana è dipesa esclusivamente dal rimbalzo delle esportazioni, ma l’economia del Paese non ha fatto passi in avanti sul fronte della produttività e della competitività. Intanto, i gap strutturali del Paese, a partire dalla qualificazione professionale delle nuove leve (conseguenza di un tessuto produttivo povero sul piano tecnologico), si rivelano un handicap drammatico anche nel breve termine: ormai le decisioni di investimento sono sempre più rapide in un mondo più competitivo.


E l’Italia, dove la promessa di 20 miliardi di investimenti nell’auto si è tradotta nello scontro su Pomigliano, non manda segnali positivi. Ha ragione il presidente Napolitano: è l’ora di rilanciare una seria politica industriale, cosa che non si esaurisce con un nuovo ministro. O con il sogno delle Partecipazioni Statali (sarebbe quella la seria politica di cui ha nostalgia il Presidente?). Ma con un’iniezione di libertà che, finora, è rimasta più nelle intenzioni che nei fatti. Nel frattempo, difficile illudersi che una società bloccata su barriere contrapposte possa fare di più che evitare la bancarotta finanziaria o la difesa dei posti di lavoro già garantiti. Come si è fatto, lodevolmente, in questi anni.

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COMMENTI
10/09/2010 - Colpa delle PMI (Diego Perna)

Le aziende piccole e medie che sino a qualche tempo fa orgoglio e vanto del ns paese, sono le prime ad essere in difficoltà, nessuno le ascolta, anzi si dice da più parti, non ultimo Tremonti che se non si decidono a diventare grandi, mettersi in rete e quant'altro sono costrette a morire. E' vero questo? Non sono sicuro, certo è che così dicendo si addossa loro la responsabilità del loro insuccesso nel mercato globale e non ci si preoccupa di dare a queste un sostegno concreto, come pagamenti certi, riduzione Irap, burocrazia e aiuti economici di varia specie tranne non abbiano fatturati sopra i 10 mln. Si vive da tempo di slogan, coniando definizioni come ripresa stop and go, a macchia di leopardo, fragile, ripresina-ina-ina, alternata, oggi si domani no, ripresa senza occupazione, insomma non si sa più cosa dire, e così pian piano, cercando di mantenere inalterato un sistema che premia solo i grandi capitali e le multinazionali, insomma tutto che ciò che è grande, ma sfrutta i piccoli, vedi allevatori sardi, solo per fare un esempio tra tanti, ma già di questi quattro pecorai analfabeti non se ne parla più, ci troviamo sempre più con le pezze al sedere. Oggi siamo in crisi e il mio commento è consono, ma già spero in domattina, al massimo nel pomeriggio che il Pil sarà in aumento e saremo fuori dal tunnel. Ciò che non cambia è la vita delle famiglie sempre più difficile, ma di questo a chi gliene frega, c’è il calciomercato!