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FINANZA/ 2. Il "doppio abbraccio" che manda in soffitta il modello-Profumo

La parabola dell’istituto di Piazza Cordusio, dalle privatizzazioni alla “vittoria” del modello McKinsey alla crisi del 2007, per GIANLUIGI DA ROLD ha un ruolo nello spiegare i problemi di questi giorni

Alessandro Profumo (Imagoeconomica Alessandro Profumo (Imagoeconomica

Se si fa un'analisi degli attuali problemi interni di Unicredit, la più grande banca italiana, è anche giusto risalire fino alle privatizzazioni del 1993 e allo smantellamento del vecchio sistema italiano. Ma il discorso sulle privatizzazioni di quel periodo deve essere ancora fatto in modo approfondito e ci sono ampie zone d'ombra da chiarire. Tuttavia il problema attuale della banca di piazza Cordusio è legato anche ad altri fattori, che devono tenere conto della crisi economico-finanziaria mondiale e della gestione della banca. Fino al 2007, anno reale dello scoppio della grande crisi, Unicredit ha rappresentato un «modello» e il suo amministratore delegato era considerato un «campione» tra i banchieri. Con la fusione tra Unicredit e Capitalia il grande gruppo, ai valori di Borsa di allora, capitalizzava 80 miliardi di euro.


In più, Unicredit dava la netta impressione di un gruppo transnazionale che superava i confini italiani, con una espansione in Germania (HVB) e nell'Est Europa che faceva inorgoglire. Il modello di Unicredit era quello di una moderna «banca universale» dove regnava l'efficienza e la creazione di valore. In altre parole, il giovane Alessandro Profumo era diventato il miglior interprete del metodo McKinsey, dove la creazione del valore, anche a breve termine, era l'obiettivo principale, così come l'efficienza doveva essere in grado di trasmettersi agli altri settori della banca affetti da inefficienza. In fondo, al di là di discorsi di potere politico-finanziario e di equilibri politici puri, la grande fusione con Capitalia prevedeva che l'efficienza di Unicredit riscattasse la cosiddetta pigrizia di Capitalia.

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