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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Sta in una marca di birra il paradosso della Cina

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Il numero di case sfitte, innanzitutto. In Cina in questo momento 65,4 milioni di abitazioni non sono occupate. Tra queste, la maggior parte era stata originariamente acquistata a fini di investimento, scommettendo sull’urbanizzazione delle masse cinesi (termine orribile, ma per descrivere fenomeni “ottocenteschi” un certo lessico è di aiuto). Il secondo elemento è il saldo positivo della bilancia commerciale: +28,7 miliardi di dollari stimati per il 2010. La Cina esporta, si sa. Ma cosa esporta? La qualità dell’export è migliorata? I dati sulle riserve monetarie cinesi parlano di 2,45 trilioni di dollari a disposizione della banca centrale. Il fatto che si tratti di dollari risponde già alla domanda.


La Cina acquista valuta statunitense per svalutare artificialmente lo yuan. Lo scopo è raggiunto attraverso la vendita in blocco di valuta nazionale e il corrispettivo acquisto di dollari. Insomma, niente di nuovo sotto il sol levante: per spingere fuori prodotti a basso valore aggiunto, è necessario uno yuan debole. Sulle ripercussioni monetarie di tale artificio si è molto discusso: le ingenti riserve di dollari sono sistematicamente reinvestite in titoli di stato statunitensi, contribuendo così in modo decisivo alla crescita fuori misura del debito americano. In un tale sistema produttivo il primo fattore che è tenuto a “basso costo”, è proprio il fattore umano.


Una produzione a basso valore aggiunto, infatti, implica uno scarso investimento sulle capacità delle persone. E’ una scommessa al ribasso che, come testimoniano 65 milioni di case vuote, può essere persa. Riuscirà la Cina a tirarci fuori dalla crisi? Senza portare la persona al centro dello sviluppo economico, neppure un miliardo di nuovi consumatori saranno sufficienti: la Cina ha bisogno delle imprese europee almeno quanto queste ultime abbiano bisogno di un nuovo traino economico.

 

Nel drappello di colleghi, qualcuno, cogliendo il problema, sollevò l’argomento senza troppa convinzione. Per qualche motivo, discutere di investimenti sulle persone, nel mezzo di una sala mercato, appariva fuori luogo. Eppure la storia di Kenny e del birrificio di inizio secolo sembrano affermare il contrario: curiosità e libertà di rischiare sono determinanti per affrontare una sfida con successo. Vale oggi per un ragazzo arrivato dall’altro capo del mondo, così come valeva cent’anni fa, quando un gruppo di imprenditori bavaresi finì per produrre la birra più bevuta in Cina.  

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