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FINANZA/ I 30 milioni di posti in meno "interrogano" i grandi players?

Siamo tutt'altro che fuori dalla crisi: lo testimoniano i dati macroeconomici sul mercato del lavoro e la percezione dei più su quello azionario «avvolto da una cappa oligopolio dei grandi player». L'analisi di MAURO BOTTARELLI

trading_monitorR375_29ago08.jpg (Foto)

«Il mercato del lavoro è in una fase di grave crisi. La grande recessione ci ha lasciato alle spalle una terra persa di disoccupazione». A dirlo non è il sottoscritto, purtroppo, ma Dominque Strauss-Kahn, capo del Fondo Monetario Internazionale, nel corso di summit a Oslo organizzato dalla International Labour Federation (ILO). Strauss-Kahn ha aggiunto che l'ipotesi di una recessione double-dip resta improbabile ma ha sottolineato come il mondo non sia ancora uscito da una più profonda crisi sociale e che è stato un grosso errore da parte dell'Occidente pensare di essere scampato all'abisso che abbiamo intravisto lo scorso anno: «Non siamo salvi». Un report congiunto di FMI-ILO ha evidenziato come dall'inizio della crisi siano stati persi oltre 30 milioni di posti di lavoro, tre quarti dei quali nelle economie più ricche: la disoccupazione globale ha raggiunto i 210 milioni di unità.


«La grande recessione ci ha lasciato in eredità ferite ancora aperte, un alto tasso di disoccupazione di lungo periodo rappresenta un rischio per la stabilità stessa delle democrazie esistenti», mette in guardia il documento. Lo studio sottolinea, inoltre, che le vittime ventenni della recessione patiranno danni per tutta la vita, oltre a perdere fiducia nelle istituzioni pubbliche: anche perché per andare in pari con l'emorragia occupazionale il mondo dovrà creare 45 milioni di posti di lavoro all'anno per un decennio intero, la presunta ripresa in atto e a breve, infatti, non potrà mai riassorbire tutti gli espulsi dal ciclo produttivo. Per Olivier Blanchard, capo economista dell'FMI, «il tasso di disoccupazione di lungo termine questa volta è allarmante, soprattutto negli Usa, dove metà dei disoccupati sono fuori dal mercato da oltre sei mesi, un qualcosa che non si vedeva dalla Grande Depressione» (vedi grafici allegati, clicca qui e qui).


La Spagna ha subìto lo shock peggiore con il tasso di disoccupazione al 20 per cento mentre in Gran Bretagna in due anni si è passati dal 5,3 per cento al 7,8 per cento attuale, qualcosa come 2 milioni e 480mila senza lavoro. Blanchard ha chiaramente parlato della necessità di extra misure monetarie di stimolo come prima linea difensiva «in caso si materializzi il rischio di downturn della crescita» ma ha chiaramente detto che le autorità non devono affatto scartare a priori l'ipotesi di un nuovo stimolo fiscale, nonostante i timori per il debito: «Se uno stimolo fiscale può aiutarci ad evitare la disoccupazione strutturale, si ripagherebbe da solo come investimento. Molte nazioni avanzate non devono dar vita a politiche di restrizione fiscale prima del 2011, visto che questa scelta potrebbe minare alla base la già debole ripresa».

Non una parola però, nel report, rispetto alla politica di "arbitraggio lavorativo" posto in essere dalle politiche globali che consentono alla aziende di aprire aziende in paesi a basso tasso salariale per poi riportare i prodotti in Occidente e neppure sulla distorsioni create dal ricatto monetario cinese e dalla falsa rivalutazione dello yuan: uniche parole, il fatto che «le nazioni che vantano un surplus devono giocare il loro ruolo nel ribilanciamento globale».

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