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TIRRENIA/ Tre mosse per salvarla senza far pagare i cittadini

Pubblicazione:venerdì 17 settembre 2010

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Tirrenia è morta, ma il futuro della “barca di Stato” non è ancora chiaro. Sono state prospettate diverse soluzioni, tra le quali alcune troppo simili alla vicenda Alitalia. Gli errori commessi nel caso della compagnia aerea non sembrano aver insegnato molto alla politica e ai sindacati, che ripropongono la suddivisione tra good e bad company.

 

La bad company a carico dei contribuenti e la good company ad imprenditori di Stato? L’asta per la vendita di Tirrenia pareva cominciata bene, dato che erano arrivate al Ministero ben sedici offerte di acquisto. Lentamente diversi operatori si tirarono indietro, anche a causa del conflitto sindacale presente nell’azienda e il colpo di grazia arrivò nel momento in cui vennero aperti i libri di Tirrenia agli offerenti. I dati di bilancio dell’operatore marittimo erano così difficili da leggere che quasi tutte le offerte vennero ritirate.

 

Ne rimase solo una, quella di Mediterranea Holding. A capo di questa cordata tuttavia c’era la Regione Sicilia, che aveva oltre il 37% delle azioni della nuova società. Il Governo garantiva sussidi pubblici per i prossimi anni con il mantenimento degli oneri pubblici per le rotte operate da Tirrenia. Nonostante questo assegno in bianco per centinaia di milioni di euro, neanche questa cordata riuscì a concludere il processo di acquisto.

 

Ad inizio agosto, nel pieno del periodo estivo, Tirrenia ha portato i libri in tribunale, senza che nessun compratore avesse fatto un’offerta. Il gruppo Tirrenia aveva già fatto uno scorporo nel 2009 delle filiali regionali, che mostravano dei conti economici molto problematici. I diversi Governi regionali avevano visto assegnarsi queste compagnie con un aggravio per le finanze pubbliche locali.

 

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