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Economia e Finanza

CRISI/ La Big Society? Grazie Cameron, ma in Lombardia c’è e funziona

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

La difficoltà di introdurre in Italia il concetto di “big society” non sta quindi nell’assenza di soggetti della “società civile” ma nel permanere di una cultura statalista incapace di riconoscerli e valorizzarli. In Lombardia, in particolare, c’è una storia secolare che documenta la capacità di “prendersi cura” dell’altro, soprattutto nei momenti della sua maggiore fragilità. A partire dalla “Ca’ Granda” e dalle grandi opere caritative ed educative fino alle associazioni, cooperative e fondazioni contemporanee si è costruito nel tempo un tessuto di opere e relazioni che la politica e le istituzioni devono saper valorizzare.

 

L’erompere della crisi economica internazionale ha messo in questione radicate certezze sulla politica del welfare che non può più essere delegata solo alle istituzioni dello Stato ma deve garantire il coinvolgimento di tutti i soggetti, pubblici e privati, profit e non profit secondo competenze e capacità.

All’Amministrazione non deve più essere chiesta la gestione diretta dei servizi, ma la regolazione, vale a dire la programmazione, la diffusione delle informazioni, il controllo degli standard, la valutazione dei risultati. Maggior coinvolgimento della società non significa arretramento dello Stato, ma miglior definizione di limiti e ruoli: oggi non si può più avere la pretesa assolutista di costruire dall’alto il presunto benessere generale, ma si può e si deve favorire la nascita dal basso di un welfare plurale fondato sulla corresponsabilità di tutti.

 

(Giulio Boscagli - Assessore regionale alla Famiglia, Conciliazione, Integrazione, Solidarietà Sociale)

 

 

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