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Economia e Finanza

UNICREDIT/ Gli “errori” che hanno affossato il modello Profumo

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Tutto questo può sembrare una grande sceneggiata. Ma non è neppure semplice liquidare un quindicennio di storia della banca di piazza Cordusio che, da quando ancora si chiamava Credito Italiano, è salita di dimensioni in modo impressionante, imponendo quello che viene chiamato schematicamente il modello anglosassone di banca.

 

Se le dimensioni di Unicredit si allargavano con l’inglobamento delle fondazioni, le fusioni in Europa e le aperture ai mercati dell’Est, fino alla grande fusione con Capitalia, le basi dell’operatività bancaria si basavano sul metodo McKinsay, dove efficientismo, ricerca del valore, dividendi alti per la “felicità degli azionisti”, cura del “roe” e una buona dose di “ingegneria finanziaria” erano una priorità per dare spinta a un sistema che pareva superato.

 

Niente programmi a lungo termine, ma interventi e politiche a breve, con una dose di ossessione per la “trimestrale di cassa”. La divisione UBM di Unicredit, poi sparita, era affollata più da matematici e fisici che da bancari e i diagrammi si sfornavano con una facilità impressionante. Peccato che qualcuno vedesse, e non a torto, in quella divisione una “fabbrica di derivati”. Ma sarebbe anche troppo facile oggi, fare di Profumo una sorta di “capro espiatorio” di una lunga stagione di architettura finanziaria che ha portato alla grande crisi e che ha interessato e coinvolto un po’ tutti: banche, finanzieri, economisti liberisti.

 

Negli anni del denaro facile, dell’uso spregiudicato della leva, del trading e del guadagno “mordi e fuggi”, tutti sembravano contenti. Le stesse Fondazioni, che oggi si lamentano per i magri dividendi, non si lagnavano affatto quando ingrossavano i loro investimenti. Anche i tedeschi di Hvb (che non era poi una banca-esemplare) non avevano nulla da dire sulla conduzione di Profumo. E infine, la fusione con Capitalia sembrava smentire una previsione del compianto Presidente Emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che aveva detto nel lontano 2003: “Non so quando

E non so il come e il perché, ma sono sicuro che alla fine Geronzi e Profumo litigheranno”.

 

Il fatto comunque certo è che, dopo il crack di Lehman Brothers, Profumo ha lentamente perduto la bussola. Si è sempre detto che l’amministratore delegato della banca di piazza Cordusio, pur avendo dichiarate simpatie di sinistra, non avesse grande dimestichezza nelle cose politiche. Probabilmente, dopo lo scoppio della “grande crisi”, Profumo non ha capito che la finanza doveva rifare i conti con la politica.

 

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COMMENTI
21/09/2010 - i clienti di Profumo (giorgio cordiero)

Premesso Che Alessandro Profumo arrivò giovanissimo alla direzione dell'allora Credito Italiano a Torino e che tutti si chiesero come mai questo "ragazzo" fosse destinato ad una carriera fulminea...sono certo che le doti dell'uomo fossero note fin dal primo istante...Qualche mese dopo divento capo area e poi...sempre più in alto. Un uomo azienda che per l'azienda ha dato molto e che per rispondere ai suoi clienti, cioè gli azionisti, ha finito con il perdere di vista il suo mestiere originale, la sua mission anche sociale. Il banchiere infatti (bene inteso non parlo solo di lui) dovrebbe prima di tutto curare gli interessi ed i risparmi dei clienti che si recano negli sportelli, o dovrabbe cercare in tutti i modi di favorire le imprese che alla sua banca si rivolgono per chiedere prestiti...Visione ormai semplicistica e superata. Nella realtà il banchiere (pur sempre un lavoratore dipendente anche se stra pagato) cura solo più gli interessi dell'azionista ed è proprio quell'azionista che oggi lo sta liquidando.Sono certo che l'uomo si solleverà molto presto e bene, ma dovrà fare una riflessione sul significato del suo mestiere...un po' meno manager e un po' piu uomo.Auguri di cuore...con stima