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SCENARIO/ Le imprese non assumono, serve un Obama o una Merkel?

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Le terapie? Per prima cosa non toccate le tasse, ammonisce la valanga dei tea party. Non illudiamoci, spiegano gli economisti più vicini al movimento, di poter contrastare il fenomeno con investimenti pubblici. Anzi, l’unica soluzione è di affidarci alla “potenza creativa” del capitalismo: nasceranno nuovi mestieri, destinati ad attrarre nuovi investimenti. La trasformazione, come sempre, farà le sue vittime. Ma qualsiasi intervento peggiorerà le cose.

 

È un’ideologia suicida, replicano le voci della sinistra, che cominciano a farsi sentire anche tra Chicago e New York: nella vita reale le cose non vanno così. Occorre sostenere la domanda interna, ricreare condizioni di fiducia. Accelerare, soprattutto, la terapia degli stimoli all’economia che hanno evitato, finora, il peggio. E speriamo che l’Europa, finalmente, ci segua su questa via. Altrimenti, peggio per loro.

 

La scelta giapponese di intervenire contro lo yen forte, per la prima volta dal 2004, è solo il primo segnale in una direzione che sarà seguita da tutti. Anche il dollaro è destinato a svalutare, a fronte delle scelte della Fed per dotare i mercati di nuova liquidità. E non dimenticate l’intervento, di non poco conto, della Banca Centrale Svizzera per frenare la rivalutazione del franco. Insomma, si sta entrando in una fase di svalutazioni competitive che rischia di avere un grosso impatto sull’economia globale. Nell’attesa della risposta più importante: quella del Drago cinese, più che arbitro dell’import/export mondiale.

 

Che prospettive può avere, in un quadro del genere, la pretesa europea di tornare al più presto al rispetto dei parametri di Maastricht? La navicella di Bruxelles rischia di essere stritolata da due forze contrapposte: da una parte il rischio che la rivalutazione dell’euro soffochi la ripresina, a partire dalla Germania; dall’altra, che le tensioni sul fronte dei bilanci e delle esigenze dei debiti pubblici si rivelino insostenibili per le aree più deboli. Vedi l’Irlanda, dopo la Grecia.

 

Che c’entra tutto questo con la disoccupazione? C’entra, perché non è possibile far fronte a un fenomeno di quell’entità con politiche locali o con semplici operazioni di lifting. Certo, in parte si possono condividere i sacrifici, come in parte si è fatto. O contenere gli effetti più negativi. Ma è impossibile fronteggiare il fenomeno senza una politica di lungo termine di risparmi privati, investimenti collettivi e forte condivisione degli obiettivi.

 

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COMMENTI
24/09/2010 - SERVE UNO STATO (Guido Gazzoli)

Se ieri , come due domeniche fa , qualcuno avesse per caso visto Annozero oppure Presa Dieretta di due settimane fa , la soluzione a questa domanda l'avrebbe trovata : serve uno STATO degno di questo nome , non una CASTA che si rinfaccia società offshore come fossero nruscolini ( in barba al fisco ) che protegge 2 miliardi di evasione fiscale in Veneto (leggi Lega) e chi più ne ha più ne metta. Serve uno Stato arbitro dell'economia e non complice di malefatte . Serve un'imprenditoria che non viva in un socialismo reale ( I debiti si tirano allo Stato i profitti me li becco io )e che abbia un pò di senso etico...e alla fine serve un sindacato che torni a fare il suo mestiere. Quello di flessibilizzatore contrattuale lo fa benissimo(in cambio di favori politici e cariche) ma non è proprio lo scopo per cui è nato...