BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCENARIO/ 2. Sapelli: bene i 5 punti, ma il voto a marzo è una iattura

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

«È un obiettivo raggiungibile, ma nel modo in cui ne ha parlato Berlusconi insieme a Tremonti: con gradualità e attenzione e non, come vorrebbe Ostellino, con una terapia shock, che può funzionare solo in momenti di crescita o di tenuta ma non di depressione sociale ed economica. La nostra economia è attualmente segnata da una povertà del mercato interno che non può essere sostenuta da una riduzione della pressione fiscale».

 

Si aspettava di trovare qualcos’altro nel discorso di Berlusconi che non ha trovato?

 

«Oltre alla promessa di ridurre il carico fiscale sul lavoro e sull’impresa, confidavo in un innalzamento della tassazione sui redditi più alti e sulle rendite finanziarie e speculative. Anche Cameron e Merkel hanno aumentato le tasse sui ricchi e sulle rendite, non vedo perché non dovrebbe farlo Berlusconi».

 

Berlusconi ha detto che occorre «superare un sistema produttivo ancora fondato su un modello spesso anacronistico di relazioni sociali che ancora richiama un presunto conflitto capitale-lavoro». Che ne pensa?

 

«Vi vedo un attacco al sindacalismo antagonistico. In linea di massima sono d’accordo col premier, anche se non avrei messo quel passo nel discorso. L’attacco a quel macigno contro la modernizzazione che è la “cultura Fiom” non si fa con i teoremi e con la messa al bando, ma con la pratica della lenta riconquista di una cultura della partecipazione, lasciando da parte gli anatemi ideologici che non fanno altro che rinfocolare gli estremismi. Credo più al “teorema Squinzi” che al “teorema Marchionne”, anche se devo dire che ultimamente Marchionne mi sembra più morbido e possibilista».

 

Cosa intende per “teorema Squinzi”, professore?

 

«Squinzi fa di tutto per firmare contratti che non siano solo di relazioni sindacali, ma di attivo contributo alla riforma del welfare. E lo fa con tutti i sindacati, in questo mettendo a frutto un’assenza di polemica con l’estremismo. L’altro teorema invece è quello basato sugli anatemi. Ma come ricordava di recente Cesare Romiti, i sindacati si battono, non si dividono, altrimenti si finisce per favorire la microconflittualità».

 

In altre parole meglio un sindacato «cattivo» che nessun sindacato.

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista

 

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >