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CORRIERE/ Perché i superstiti del "salotto buono" lasciano Rotelli fuori dal patto?

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Ora, questo “patto di sindacato”, anche alla luce del rifiuto a Rotelli, lascia spazio ad alcune riflessioni. In primo luogo ci si può chiedere se il mestiere dell’editore possa combaciare con una ammucchiata di realtà finanziarie e industriali e non costituire, in un “paese normale”, un’anomalia che sconfina in un chiaro conflitto d’interessi. Poi vi è da considerare gli spazi di libertà che il grande giornale può garantire. Difficile che i proprietari di banche, assicurazioni, industrie di cemento, di scarpe, di automobili e di cucine lascino che si parli male (se è il caso) di tutte queste loro cose. Ma il giornale non dovrebbe essere solo il “wacht-dog” della cosiddetta Casta politica, ma anche della classe dirigente imprenditoriale. Va dato indubbiamente atto ai vari direttori del Corriere, compreso Ferruccio De Bortoli, di saper mantenere una linea di indipendenza e di critica che onora, nei limiti del possibile, il buon giornalismo.

Ma c’è da aggiungere che se si considera che il 63,54 percento del capitale sociale è bloccato dal “patto di sindacato”, l’11,02 percento da Rotelli, un’altra parte da fondi e da “presenza mascherate”, il flottante a disposizione del mercato si riduce un po’ troppo. Secondo i canoni classici, un’azienda quotata in Borsa dovrebbe avere un flottante che oscilla tra il 25 e il 30 percento. Secondo gli analisti il flottante di Rcs, per gli scambi di volume, si aggira al momento intorno al 5 e 10 percento. Non proprio un esempio di liberismo tanto predicato dalle colonne del quotidiano di via Solferino.

Infine, scontato che il “patto di sindacato” resta una “realtà che appartiene al teatro dell’assurdo si capisce sempre meno l’ostracismo nei confronti di Giuseppe Rotelli che, dopo Mediobanca, è un altro azionista di riferimento. A meno che non si pensi che Rcs, con il Corriere e la Gazzetta, siano da considerarsi “cosa loro”, cosa dei superstiti del “salotto buono”. Il problema resta aperto, con Luca Cordero di Montezemolo che esce dal “patto” ma non dal management, sostituito dal giovane John Elkann per ribadire che Rcs (casa editrice) resta un “investimento strategico” della Fabbrica Italiana Automobili Torino. È vero che in Italia la politica è passata, secondo una definizione cossighiana da “Shakespeare ai Baci Perugina”, ma  anche la classe imprenditoriale non scherza affatto con le sue continuità costituite ormai da scheletri.

Intanto i conti non sembrano andare bene. per colpa della crisi si è passati da una capitalizzazione di oltre 5 miliardi a quella attuale di quasi 900 milioni di euro. Ma si perde ancora.



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