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FINANZA/ "Troppo grandi per fallire"? Forse ora tocca a Citigroup...

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Nonostante gli ulteriori 80 miliardi di euro di nuovi prestiti al 5 per cento e i 30 offerti dell'Fmi, l'azione di sollievo dalla bufera dei mercati appare già finita come certifica lo spread sul debito governativo a lungo termine, tornato ai livelli della crisi con circa 800 punti base, dato che implica un alto rischio di default. Guarda caso, ieri il servizio statistico greco (Elstat) ha rivisto al ribasso anche la stima di crescita del secondo trimestre ellenico anno-su-anno, con un contrazione fino a giugno che ha toccato quota -3,7 contro il 3,5 preventivato mentre mese-su-mese la contrazione è stata del -1,8 contro l'1,5 stimato. Inoltre, tanto per unire danno alla beffa, la Grecia a tutt'ora non ha reso noto ai regolatori - in questo caso l'Ue - i dettagli completi delle operazioni finanziarie segrete poste in essere per cercare di tamponare la crisi del debito prima del rischio default dello scorso maggio.

 


A confermarlo ci ha pensato ieri Walter Radermacher, capo dell'agenzia di statistica Ue, Eurostat, secondo cui «ad oggi nessuno ha potuto visionare i documenti reali ma bisogna essere molto chiari con Atene e la sua logica passata di contratti opachi: ora siamo in una nuova era». Tanto più che la Grecia, profumatamente salvata a spese dei contribuenti Ue, è l'unico paese membro ad aver apertamente mentito rispetto l'uso di complessi contratti swap, visto che nel 2008 Eurostat chiese chiarimenti a tutti per compilare un report.

 


E tanto per restare in Europa e al blocco di debito che la fa tremare, oggi più di ieri, la decisione irlandese di estendere le garanzie sul sistema bancario e sui depositi ha fatto toccare allo spread sui decennali livelli mai conosciuti. D'altronde lo schema governativo di garanzia Nama aveva preventivato profitti per 2,4 miliardi di euro, mentre ora si parla chiaramente di perdite: una situazione che potrebbe vedere Anglo Irish Bank divenire l'agnello sacrificale per evitare un pericoloso effetto domino. Chiude il cerchio il Portogallo, paese che ieri ha consentito alle Borse - ancora deboli in apertura per le difficoltà del settore bancario - di virare in positivo a metà seduta grazie al successo dell'asta di bond lusitani per circa un miliardo di euro (661 milioni a scadenza 2013 e 378 a scadenza 2021), andata a gonfie vele e con richieste doppie rispetto all'emissione, mentre l'emissione di giugno registrò una bid-to-cover ratio del 2,4.

 

Evviva, c'è appetito per le obbligazioni periferiche, buon segno! Insomma. Per piazzare i suoi bond, infatti, Lisbona pagherà rendimenti del 4,086 per cento per i biennali rispetto al 3,597 della scorsa asta del 9 giugno e del 5,973 per i decennali contro il 4,171 dell'asta dello scorso 10 marzo: non a caso sei mesi fa la bid-to-cover ratio fu dell'1,6 per cento contro il 2,6 di ieri. Quei rendimenti vanno ripagati e oggi, nei fatti, creano solo nuovo debito: lungi dal pensare ad un rischio insolvenza, c'è invece la possibilità che - in nome dell'emergenza - Lisbona decida di applicare un haircut del 20-30 per cento sui rendimenti oppure di imporre una tassa sulle obbligazioni o ancora una futura poison pill al fine di facilitare la collocazione solo presso soggetti istituzionali per evitare un bagno di sangue finanziario. Non a caso, esistono i cds. Di cui gli investitori stanno facendo incetta. E quelli portoghesi, proprio ieri, hanno visto un aumento del 10,84 per cento a quota 329,2 punti base. Auguroni.



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