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FINANZA/ Le quattro ruote bucate che frenano la ripresa

Anche se è difficile fare previsioni per il 2011, GIANFRANCO FABI prova a spiegarci perché in Italia dovremo attenderci una crescita a passo lento

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

“Cercate un libro di economia? Guardate là più avanti, subito dopo lo scaffale dell’astrologia”. La commessa della libreria non sapeva di dare non solo un’informazione logistica, ma anche un preciso giudizio di valore. Non è una favola. In una delle più grandi librerie di Milano i libri di economia sono in fondo, in una saletta nascosta: per arrivarci dovete passare attraverso i classici, i romanzi, la fantascienza, la psicologia, i libri di cucina e quelli di viaggio.

L’economia non va più molto di moda. Decine di volumi sono usciti nelle ultime settimane per raccontare la grande crisi del 2009 e tutti, inevitabilmente, sembrano spiegare come mai nessuno aveva veramente capito la portata di quanto sta accadendo. E così fare previsioni resta sempre un esercizio molto facile: ma il vero problema è quello di riuscire a indovinarle.

Cerchiamo tuttavia di rispondere alla domanda: come andrà l’economia italiana nel 2011? Salvo imprevisti la risposta è semplice: è finita la crisi, ma i segni di ripresa che ci sono appaiono limitati, fragili e tutt’altro che rassicuranti.

I centri di ricerca stimano un aumento del Prodotto interno lordo vicino all’1%: un dato positivo, ma non certo esaltante. Soprattutto perché decisamente inferiore non solo ai dati della Germania, ma anche della stessa media europea che dovrebbe collocarsi attorno all’1,5%. Ma al di là delle percentuali ci sono alcuni dati di fondo che continueranno a rallentare la crescita italiana.

Al primo posto ci sono le difficoltà nel far recuperare competitività al sistema industriale. Nell’anno che si è appena concluso, i due terzi della pur limitata crescita sono stati dovuti alla recuperata vivacità delle esportazioni. Un terzo è stato determinato dagli investimenti, mentre i consumi pubblici e privati sono rimasti praticamente fermi.

La competitività è quindi fondamentale soprattutto di fronte alla sfida sempre più aperta sul fronte globale. Ma come sta dimostrando la vicenda Fiat, le strade per cambiare l’organizzazione del lavoro sono tutte in salite e irte di ostacoli.