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FINANZA/ Perché Goldman Sachs scarica Cina & co.?

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Per Esward Prasad, ex economista del Fmi con delega ai rapporti con la Cina, «siamo ormai a un punto di non ritorno. Se la Cina dovesse dire chiaramente “non compriamo più Treasuries”, l’intero sistema finanziario comincerebbe a chiedersi come diavolo gli Usa potranno continuare a finanziare il loro deficit». A complicare il quadro c’è il fatto che da quando nel 2009 l’economista Brad Setser, dalle colonne della rivista del Council on Foreign Relations, propose che gli Usa creassero linee di swap valutario d’emergenza con alleati politici, la Germania ha dovuto spendere miliardi di euro (ancorché ancora nominali) per mantenere in vita l’euro e l’eurozona. Insomma, l’opzione europea è impraticabile.

 

Il Giappone potrebbe intervenire, ma in maniera molto limitata, vista la massa del suo stesso debito interno e la sua politica di acquisto dello stesso nei confronti di banche e risparmiatori nipponici. Thailandia, India e Singapore stanno già comprando debito Usa per evitare che le proprie valute si apprezzino troppo, ma non possono spingersi alle cifre che necessiterebbe Washington, così come i paesi mediorientali - Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa -, già detentori di 210 miliardi di dollari in Treasuries. Per Eric Stein, vice-presidente della Eton Vance di Boston, «queste nazioni hanno già ammontare di dollari molto imponenti investiti in Treasuries: sarebbe davvero difficile chiedere loro di incrementare le loro detenzioni». Qualcuno, per ora in netta minoranza, arriva persino a ipotizzare che il dollaro dovrebbe essere legato a un peg verso un paniere misto di valute per rassicurare gli investitori internazionali riguardo la possibilità che i loro acquisti possano improvvisamente svalutarsi.

 

L’opzione ultima, come anticipato, è quella di un intervento diretto della Fed, visto che la seconda ondata di quantitative easing da 600 miliardi di dollari annunciata il 3 novembre scorso è più ampia dell’ammontare totale di Treasuries acquistati nel 2010 dalla Cina (260 miliardi di dollari tra gennaio e novembre). Insomma, un QE3 per salvare il debito Usa. Ma questa strategia, già rischiosa di suo, potrebbe funzionare solo in un contesto prolungato di ripresa debole e inflazione bassa, altrimenti si concretizzerebbe la percezione di una Fed impegnata a stampare artificialmente moneta, con conseguente crollo del dollaro e svalutazione di altri assets statunitensi, tra cui gli stessi Treasuries.

 

Insomma, a oggi la via migliore appare quella del patriottismo, ovvero l’aumento di acquisto di debito Usa da parte dei suoi stessi cittadini e dalle banche, magari creando contestualmente le condizioni per un ridimensionamento di quei paesi oggi percepiti dagli Usa non più come partner ma come competitor nella corsa alla sopravvivenza. Come leggere, altrimenti, l’annuncio fatto da Tim Moe, capo economista per l’area Asia-Pacifico di Goldman Sachs, nel corso di una conferenza della banca d’affari a Londra martedì scorso: «Come istituzione non siamo più tatticamente positivi rispetto ai BRIC (Brasile, Russia, India e Cina, i mercati emergenti) come lo siamo stati finora. Per essere sinceri, siamo rimasti in posizione long per troppo e con una posizione esagerata rispetto alla Cina lo scorso anno. Abbiamo quindi deciso che la discrezione è la parte più importante del nostro valore e abbiamo tatticamente ridotto il nostro peso. L’Asia non è più nella parte soleggiata del ciclo economico: l’immagine di lungo termine del continente come performante rispetto agli Usa sta prendendosi, diciamo così, una causa».



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COMMENTI
20/01/2011 - Con quali risparmi... (J B)

I patriottici cittadini americani dovrebbero comprarsi il loro debito?? Speriamo siano veramente patriottici e le loro radici libertarie che hanno permesso di creare quel gioiello che è la loro Costituzione li aiutino a ricordarsi cosa sia veramente il denaro. Goldman ha sempre ragione e come ha detto lei sono i maggiori collocatori di debito US. (legati a doppio filo col Treasury dept, no?) Comunque non appena la Cina scarica i Tbills (l'unica vera opzione che hanno per combattere la loro inflazione che si attesta - su livelli reali - al 10%) e permette alla sua moneta di rivalutarsi, gli US si ritroveranno un'inflazione feroce in casa. A quel punto S&P in termini nominali può salire dove meglio credete... a meno che non andiamo dritti allo scenario iperinflattivo. Il che è tutto un altro discorso. Non dimentichiamoci poi dei rischi a breve del muni market e dei Piigs in EU che sono una serie spada di damocle per questa - lo scrivo ridendo - "jobless" recovery.