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SCENARIO/ Bertone: così l’educazione può aiutare il nostro export

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Certo, l’Italia non è solo questo. Sale anche, tra i 30 e i 35 anni, il numero dei laureati (comunque ancora sotto la media Ue). E l’Italia, pur con tutti i noti problemi di produttività, difende con successo la sua quota di export sui mercati, anche grazie a una forza lavoro che ha ormai fatti propri ritmi e dinamiche della globalizzazione. Ma si ha la sensazione che questa Italia virtuosa faccia fatica a imporsi come modello per il futuro. Un futuro che al massimo diventa un futuro personale, in cui si accentuano le diseguaglianze, si alimentano i privilegi e le logiche opportunistiche e difensive.

 

Si profila un’Italia in cui, per dirla con Pier Luigi Celli, “nascere bene aiuta ad avere tempo”. Celli fece scandalo a suo tempo per aver indirizzato al figlio una lettera pubblica di questo tenore: “Figlio mio, devi lasciare l’Italia”. Oggi spiega che “se noi guardiamo alle attese, che sono sempre state nelle generazioni più giovani fattori potenziali di aggancio al futuro, vediamo che esse hanno subito oggi andamenti ondivaghi e, spesso, contraddittori. Per un verso moderate nelle loro pretese verso l’avvenire, come piegate in una sorta di rassegnazione all’impossibilità di costruire solidi presupposti nel presente, e dall’altro invece spinte al’eccesso sotto l’influenza di un individualismo esasperato, tutto virato a logiche predatorie e di carriera”.

 

Difficile non trovarsi d’accordo. L’incertezza che si respira in un Paese ripiegato su ss stesso, dove ogni progetto di crescita (vedi il caso Fiat) viene vissuto con scetticismo, paura, rassegnazione e convinzione che “comunque le cose andranno peggio” provoca tra i giovani rassegnazione, impotenza o spinta alla ribellione (il che è comunque meglio). E i padri, che sentono più o meno consciamente di aver abdicato al loro compito di costruire un futuro, fanno fatica a indicare una rotta, anche economica, che vada al di là delle promesse pietose.



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COMMENTI
22/01/2011 - la motivazione è "qualcosa che sta prima" (Emilio Colombo)

mi fa un certo effetto commentare x primo qs. articolo. Mi pare evidente, girando per le aziende che frequento come consulente, parlando con i conoscenti, che tutti si rendano conto del problema e della sua gravità. Siamo un paese apparentemente vecchio dentro, oltre che fuori. Molto appropriata la scelta della parola chiave (la debolezza del "desiderio") citata a margine dei dati del Censis di qualche settimana fa. La motivazione di un impegno serio con il lavoro che permetta di agire, resistere, costruire o ricominciare nonostante le difficoltà qual è? Occorre qualcosa che stia dentro la persona. Indicherei tre possibili elementi: la necessità (che aguzza l'ingegno), la passione (un qualcosa di speciale che ti attira), l'ambizione (un interesse). C'è qualche giovane lettore che vuole continuare? C'è dell'altro? la mia impressione, facendo in questi anni vari colloqui con giovani diplomati e neolaureati alla ricerca di collaboratori x la mia attività, non ho visto molte molle tese... Forse manca davvero qualcosa che sta prima...