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SCENARIO/ Bertone: così l’educazione può aiutare il nostro export

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

In questa condizione, anche la rete di protezione familiare, il salvagente della società italiana, fatica ad avere un ruolo propulsivo: non basta che il risparmio accumulato dalle generazioni passate renda meno grave la crisi attuale. L’importante è che non si spezzi il ciclo di crescita che richiede il recupero di certi valori, a proposito del merito e della creazione di ricchezza. Occorre, insomma, che il “Noi credevamo”, titolo dello splendido film di Martone sul Risorgimento, torni a essere un “Noi crediamo”, trasformando la precarietà e l’incertezza in flessibilità, cosa possibile, comunque meno difficile del previsto se la battaglia per il lavoro non si riduce alla difesa del posto come diritto.

 

E facciamolo in fretta, senza illuderci che la soluzione stia nell’erogazione di risorse pubbliche che non ci sono: i capitali, al contrario, nel mondo non mancano purché ci sia una mobilitazione per rendere l’Italia un luogo profittevole e conveniente. Facciamolo in fretta, perché il mondo non ci aspetta.

 

Basti, per crederci, leggere “L’inno alla madre tigre” di Ami Chua, docente d’origine cinese di Yale che celebra il sistema educativo delle famiglie cinesi, impostato sulla severità e una robusta dose di competitività per cui al figlio/a si chiede di essere sempre il primo. “Voi occidentali tendete ad assecondare i figli - si legge - Noi no: il modo migliore per voler bene ai figli è prepararli alle difficoltà della vita armandoli delle competenze e del carattere più solido”.

 

Chissà, forse quel sistema prima o poi farà tilt. Ma, per favore, non limitiamoci a rispondere con qualche barzelletta o film comico. Una volta tanto prendiamoci sul serio. Come conviene a un Paese adulto.

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COMMENTI
22/01/2011 - la motivazione è "qualcosa che sta prima" (Emilio Colombo)

mi fa un certo effetto commentare x primo qs. articolo. Mi pare evidente, girando per le aziende che frequento come consulente, parlando con i conoscenti, che tutti si rendano conto del problema e della sua gravità. Siamo un paese apparentemente vecchio dentro, oltre che fuori. Molto appropriata la scelta della parola chiave (la debolezza del "desiderio") citata a margine dei dati del Censis di qualche settimana fa. La motivazione di un impegno serio con il lavoro che permetta di agire, resistere, costruire o ricominciare nonostante le difficoltà qual è? Occorre qualcosa che stia dentro la persona. Indicherei tre possibili elementi: la necessità (che aguzza l'ingegno), la passione (un qualcosa di speciale che ti attira), l'ambizione (un interesse). C'è qualche giovane lettore che vuole continuare? C'è dell'altro? la mia impressione, facendo in questi anni vari colloqui con giovani diplomati e neolaureati alla ricerca di collaboratori x la mia attività, non ho visto molte molle tese... Forse manca davvero qualcosa che sta prima...