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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. C'è un piano B per salvare l’Europa

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Chang è stato considerato un “euro-entusiasta ben temperato” nel mondo accademico americano non come un “euroscettico” quale il decano della professione, Martin Feldstein, per il quale - già in un saggio del 1994 - l’unione monetaria avrebbe voluto dire non solo rallentamento della crescita nell’Ue, ma anche tendenze separatiste che avrebbero portato a conflitti, pure armati.

 

Gli interrogativi posti da Chang riecheggiano anche in note interne del servizio studi della Banca centrale europea e della Banque de France - due delle vestali dell’unione monetaria. Esigono risposte che non siano meramente di ingegneria finanziaria: l’eventuale fallimento del progetto dell’unione monetaria - negli ultimi sessanta anni se ne sono sciolte una dozzina e ne è sorta una sola - darebbe un colpo durissimo all’Ue e riporterebbe il progetto d’integrazione europea indietro di diversi decenni.

 

Cosa fare? Il settimanale “The Economist” ha delineato, nel fascicolo in edicola il 14 gennaio, un “Piano B”. Altri economisti hanno tratteggiato percorsi per tornare, contendendone costi (e sofferenze), a un sistema europeo “alla Bretton Woods”, con un aggancio a un paniere di monete forti, limitata flessibilità attorno a parità centrali e gestione collegiale dei cambi.

 

Tacciare di “anti-europeismo” queste proposte e ignorarle, nella speranza che un maggior coordinamento delle politiche economiche dei 17 dell’eurozona risolva i problemi, vuole dire chiudersi gli occhi. Il modo migliore per andare verso il baratro senza volersene accorgere.

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