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Economia e Finanza

FINANZA/ I "soliti ignoti" che dettano legge sui mercati

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Pur non essendo un critico cinematografico, posso spingermi ad affermare che Apocalypse now è un bel film. C’è una scena di questa pellicola che spiega bene la situazione assurda in cui siamo impantanati oggi. Dopo mille peripezie, il capitano Wallard raggiunge la prima linea statunitense asserragliata tra i pilastri di un ponte sul fiume Nung. La battaglia tra i due schieramenti è furibonda e il ponte di Do Long, ultimo avamposto americano, è distrutto ogni notte per essere ricostruito il giorno successivo. Wallard scambia alcune parole con un militare impegnato negli scontri: entrambi pensano che l’interlocutore sia il comandante responsabile della trincea. È il caos.

 

Da venticinque anni ormai, l’economia mondiale crolla sotto i colpi di crisi sempre nuove e viene ricostruita sulla base di regole sempre più rigide. Eppure in molti sospettano che la crisi successiva sia giusto dietro l’angolo. Per scongiurare la minaccia di una recessione senza fine, le autorità finanziarie si impegnano a costruire sistemi di valutazione impersonali, così da non trovarsi a dipendere dai giudizi delle persone. È la tecnofinanza: un mondo di procedure minuziose in cui nessuno è responsabile.

 

Eppure, tra le parole entrate a far parte del vocabolario finanziario di uso comune c’è un termine anglosassone che nasconde una provocazione. Mi riferisco a equity, il capitale azionario. Equity rimanda al latino aequitas, un termine giuridico che stabilisce una simmetria tra impresa economica e responsabilità: in poche parole, chi investe, decide. E di tali decisioni rimane responsabile.

 

L’aequitas, dunque, è l’opposto della tecnofinanza: non a caso negli accordi di Basilea l’equity è sostituito dal Tier 1, un requisito patrimoniale calcolato sulla base di sofisticate equazioni. Mandare in soffitta l’equity ci salverà dalle prossime crisi? Prima di rispondere, la tecnofinanza dimostri che le procedure stanno al passo con la realtà.

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