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FINANZA/ 2. Rating e derivati pronti a scatenare un'altra crisi

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E, purtroppo, da una decina di giorni fondi e banche d'affari a Londra stanno tenendo sotto stretta osservazione, per usare un eufemismo, proprio il nostro paese. La scorsa settimana vi davo conto dell'ulteriore innalzamento dei rendimenti che il Tesoro ha dovuto pagare alla poco entusiasmante asta per piazzare 8,5 miliardi di euro di bond semestrali (1,7 per cento contro l'1,48 del mese prima), ora vi confermo che anche lo yield del decennale è salito di 10 punti base al 4,86 per cento: siamo vicini alla soglia psicologica, già rotta dalla Spagna, del 5 per cento. Inoltre, a confermare una tendenza allarmante ci ha pensato la Bce dopo aver reso noti i dati sui depositi M1, scesi del 2,8 per cento negli ultimi sei mesi nel blocco formato da Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo. Un qualcosa di comparabile, quasi un sottostante che replica l'andamento, del declino registrato all'inizio del 2008, prima della caduta in recessione: siamo in una sorta di "double dip" che minerà alla base tutti i piani di consolidamento fiscale nell'Europa periferica se non ci sarà una rapida inversione.

Per quanto riguarda l'Italia la contrazione della massa monetaria M1 è cominciata più tardi rispetto al resto dell'Europa del sud ma ora sta accelerando, segnale chiaro di un contraccolpo economico entro sei-nove mesi. Inoltre, lo scarso risultato registrato all'ultima asta di bond italiani dimostra a chiare lettere come il summit di Bruxelles di due settimane fa non abbia sortito alcun effetto per quanto riguarda il recupero della fiducia sui mercati. Neil Mellor, analista valutario alla Bank of New York Mellon, non ha dubbi: “I grandi investitori istituzionali stanno spostando fondi dall'Italia in larga scala, ruotando sul debito tedesco. I nostri dati al riguardo parlano chiaro e il trend di uscita dal debito italiano ricalca quanto avvenuto con quello greco o irlandese. Certo, non c'è paragone fra i tre paesi ma le dinamiche del debito del governo italiano sono davvero poca cosa".

Ma cosa rende molti analisti e investitori certi di questo peggioramento della situazione? Certo, la crisi del debito è reale ma di per sé potrebbe essere gestibile (sempre che la Bce non continui a metterci del suo per aggravarla insieme ai politici di ogni colore e schieramento): sono le storture ontologiche su cui si basa il sistema finanziario a fungere da detonatore della situazione ogni qual volta si va al di là del limite anche di pochi centimetri, ovvero quando si scopre anche di poco il collo dalla camicia e i mastini sono pronti ad azzannare. Sono due infatti le parole chiave per il 2011, rating e derivati. Partiamo dai primi che, teoricamente, dovrebbero essere un modo di esternalizzare la due diligence. Nei fatti, però, viviamo un colossale conflitto d'interessi: all'inizio, infatti, le agenzie campavano con i soldi degli investitori che chiedevano un giudizio su un investimento da fare, oggi invece la ricchezza è data dal fatto che forniscono giudizi a pagamento agli emittenti di debito invece che a chi investe.