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FIAT/ 2. Gli "incubi" di Marchionne lontano da Mirafiori e Pomigliano

Sergio Marchionne (Foto Ansa) Sergio Marchionne (Foto Ansa)

L’ad di Fiat sta spostando il baricentro dell’azienda dall’Italia agli Stati Uniti? In parte questo è inevitabile e in realtà è un fatto già compiuto. Se fino a un decennio fa l’azienda torinese produceva oltre il 50% dei propri veicoli in Italia, prima ancora dell’avventura americana la casa automobilistica del Lingotto produceva nel nostro Paese circa 650 mila autovetture dei 2 milioni prodotti dal totale dell’azienda.

 

Con la fusione Chrysler e senza investimenti in Italia, la quota di produzione italiana sarebbe scesa a circa il 12% del totale mondiale, mentre con il piano “Fabbrica Italia”, nel quale vengono investiti 20 miliardi di euro nel nostro paese, dovrebbe rimanere intorno al 20%.

 

Cosa chiede Marchionne in cambio? Una rivoluzione nei rapporti di lavoro, nei quali il salario sia più legato alla produttività dello stabilimento. La diminuzione della pausa di 10 minuti nel turno di lavoro, con un incremento dello stipendio, è uno degli elementi che non è stato accettato dalla Fiom.

 

La produttività delle fabbriche italiane deve aumentare necessariamente e questo una parte del sindacato l’ha compreso. Produrre con 20 mila addetti e cinque stabilimenti lo stesso numero di vetture dello stabilimento polacco di Tichy che ha un terzo degli operai non è accettabile per Fiat. La rivoluzione che si sta compiendo in Italia potrebbe essere un traino per il cambio dei rapporti di lavoro in Italia.

 

Questi cambiamenti sono necessari, ma non sufficienti a garantire un futuro per Fiat. Il mercato è sempre più globale e difficile, come dimostra anche la caduta dei titoli delle casa automobilistiche tedesche, lunedì scorso dopo la decisione di limitare il numero di targhe nelle principali città cinesi.