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FINANZA/ Dai fondi avvoltoio un nuovo allarme per l’Europa

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Difficile, molto, che si arrivi a un’operazione simile visto che la Spagna, ad esempio, non è lo Zambia e soprattutto perché dietro le spalle, seppur oggi gracili, di Madrid ci sono quelle finanziariamente e politicamente larghe di Bruxelles, ma l’ipotesi di una fuga dall’obbligazionario sovrano rischia davvero di essere un pericolo che l’Europa non può correre. Troppo il debito da piazzare sul mercato, troppo stringenti le necessità di finanziamento e troppo alti i rendimenti che si devono pagare a fronte di voci sempre più ricorrenti di haircuts, di dilazioni delle maturazioni, del semplice distacco della cedola senza interessi: gli Stati pensano a strategie di hedging, di difesa e così anche gli investitori.

 

Qualcuno, a fronte di rischi alti ma anche alti rendimenti potenziali, potrebbe tentare la scommessa: tanto più che una corte di giustizia pronta ad attaccare una scelta politica sovrana la si trova sempre, visto che tra un mese circa proprio la Corte costituzionale tedesca potrebbe sancire l’illegalità del salvataggio greco, bloccando di fatto anche quello irlandese. Un qualcosa che, se accadesse, potrebbe essere la dinamo della svendita obbligazionaria sui mercati e dell’inizio dei guai seri: in molti puntano quindi al rialzo sugli indici, prevedendo rallies borsistici artificiali garantiti dal dumping dei bond. Anche perché, si sa, l’azionario sa essere creativo: campa di posizioni che non restano aperte più di 11 secondi, basa le sue previsioni su Twitter, gioca con algoritmi ad alta frequenza che mostrano le carte dei giocatori in anticipo. Ma, soprattutto, vive di immaginazione.

 

Sentite questa. Fino a dieci giorni fa, la Zest era una scalcinata casa discografica londinese con i bilanci ridotti a un colabrodo e in banca un capitale di 630mila sterline. Poi, il 12 novembre scorso, la folgorazione: cambiare di punto in bianco il nome dell’azienda e quindi del titolo in Rare Earth Minerals Plc pur non cambiando minimamente il business in cui si è occupati. Detto fatto, l’azione ha guadagnato il 333% di valore all’Aim, la piattaforma per piccole imprese della Borsa di Londra, quadruplicando il valore da 0,35 pence con valutazione a 3,1 milioni di sterline a 1,52 sterline con valutazione a 13,5 milioni.

 

Per capire come sia stato possibile questo miracolo, bisogna partire dal significato insito nel nuovo nome scelto: rare earth. Ovvero, una serie di minerali largamente usati nei maggiori comparti industriali di cui sono un elemento fondamentale, soprattutto quello bellico per le guide dei missili. La definizione è un retaggio dell’800 e oggi forse indica più precisamente il fatto che sono pochi i produttori di questi materiali (sono difficili da trovare in concentrazioni che ne rendano conveniente lo sfruttamento) e ne controllano il prezzo realizzando immensi guadagni, condizionando le scelte strategiche di molte aziende (dai produttori di schermi ultrapiatti agli armamenti passando per il comparto auto) e, potenzialmente, facendo aumentare il valore delle società minerarie che li estraggono. Attualmente è la Cina a detenere l’80% di questa vera e propria gallina dalle uova d’oro e lo scorso luglio Pechino ha deciso un bando sull’export come ritorsione commerciale contro gli Usa: insomma, materiale dal valore strategico e anche economico enorme.