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Economia e Finanza

LETTERA/ E se al Nord-Est si votasse "con i piedi"?

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Ancor più allarmante è la seconda questione. Intensificare ancor più i traffici con l’est europeo significherà inevitabilmente esasperare il confronto tra i sistemi-Paese, già oggi decisamente svantaggioso per i piccoli e medi imprenditori del Nordest. Non occorre andare lontano: basta spostarsi appena al di là del confine, in Slovenia o in Carinzia, per trovare un livello fiscale che grava sulle aziende per la metà di quello italiano; per imbattersi in un sistema burocratico snello ed efficiente, l’esatto opposto del nostro; per godere di una rete di incentivi agli investimenti che da noi è pura utopia.

 

Solo un esempio, per dare l’idea: da noi, l’attesa media per poter costruire un magazzino o un capannone è di 257 giorni, e sulle piccole e medie imprese grava una vera e propria tassa burocratica stimata in 15 miliardi di euro. In Carinzia, una nuova impresa riesce a entrare in produzione nel giro di appena un paio di mesi dalla domanda di insediamento. Tutto questo ha un chiaro risvolto politico, oltre che economico.

 

L’aveva capito già due anni fa Riccardo Illy, all’epoca governatore di centrosinistra del Friuli-Venezia Giulia, quando aveva segnalato il rischio della fuga delle aziende indotta dal carico fiscale: “Attenti, si può votare anche con i piedi. A un imprenditore di Gorizia bastano in fondo quattro passi per spostarsi in Slovenia”. Paese dove sono già sbarcate 600 aziende nordestine. E che, guarda caso, ha un’aliquota del 25% e medita di ridurla al 20%. Come la Carinzia, del resto. Come dire, dietro l’angolo.

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