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IL CASO/ Da imprese e famiglie la "ricetta" contro la crisi

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Si possono così indicare almeno otto fattori di crisi:

1) un tasso molto limitato di crescita della popolazione, che anzi sarebbe negativo senza l’apporto dell’immigrazione;

2) una scarsa propensione all’innovazione con una spesa molto bassa, sia da parte dello Stato, sia da parte dei privati per la ricerca e lo sviluppo;

3) una forte carenza di infrastrutture tecnologiche (come la banda larga);

4) la presenza di ostacoli normativi, amministrativi, burocratici alla progettualità e alla crescita dimensionale delle imprese;

5) un inaridirsi dei canali di finanziamento alle imprese con la tendenza delle banche a sviluppare attività finanziarie a breve termine;

6) un cuneo fiscale (fisco+contributi) che rende molto ampio il divario tra il costo del lavoro per le imprese e redditi netti per i lavoratori;

7) un’incapacità del sistema giudiziario, soprattutto sul fronte civile, a dare un quadro di certezze all’attività economica con tempi certi, soprattutto sul fronte della giustizia civile

8) una forte presenza, non solo nelle aree meridionali, di una criminalità organizzata sempre più presente nelle attività economiche.

Interventi per la crescita dovrebbero aggredire questi fattori di crisi, anche perché senza affrontare questi nodi anche eventuali interventi congiunturali (keynesiani o reaganiani) rischierebbero di essere inconcludenti e inefficaci, oltre che costosi. Si tratta invece di valorizzare i punti di forza della realtà italiana: lo spirito imprenditoriale, la propensione al risparmio, la rete di banche locali, il gusto del bello, la fitta trama di solidarietà. Questo vuol dire far partire la crescita dal basso con una vera politica per le famiglie e creando le condizioni più favorevoli per far nascere e crescere le imprese: due elementi, le famiglie e le imprese, che proprio perché sono punti di forza sono tanto più importanti ora che sono diventati punti critici. Punti su cui la politica sembra non avere tempo di fermarsi.

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