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IL CASO/ Da imprese e famiglie la "ricetta" contro la crisi

Pubblicazione:sabato 15 ottobre 2011

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

La crescita. Finalmente sembra ormai divenuta convinzione comune che sia questo il problema di fondo dell’Italia, quello da cui derivano tutti gli altri problemi: dalla difficile gestione del debito pubblico alla disoccupazione, dal divario Nord-Sud alla pressione fiscale sempre più elevata. Il nostro Paese, infatti, da almeno quindici anni non cresce più se non a percentuali che non superano l’1% e che non sono nemmeno in grado di compensare i periodi di forte recessione come quello del 2009. Ora l’industria italiana infatti viaggia, per esempio, al 90% rispetto al livello di produzione raggiunto nel 2005.

Ma aver coscienza del problema è fare solo un piccolo passo per la sua soluzione, che non è per nulla facile, né può essere immediata. Il dibattito, infatti, sembra regolarmente di fronte a un solo bivio.

1) La ricetta “keynesiana”. Più spesa pubblica per creare posti di lavoro anche inutili (“pagare operai che scavino buche di notte e altri operai che le riempiano di giorno”) per accrescere il reddito disponibile e con questo avviare il circolo virtuoso: maggiori consumi, più produzione, più occupazione, più redditi e così via. In realtà, Keynes ha teorizzato sì l’intervento dello Stato, ma per finalità strettamente congiunturali, in modo da contrastare particolari momenti di crisi.

2) La ricetta “reaganiana”. Ridurre le tasse in modo da offrire maggiori risorse finanziarie alle famiglie e alle imprese e rendere più facile la ripresa dei consumi e degli investimenti. I sostenitori di questa teoria affermano che attraverso la tassazione della maggiore ricchezza prodotta si potrebbe compensare la diminuzione del gettito provocata dai tagli fiscali.

Queste due ricette hanno, almeno a breve termine, un effetto comune: da una parte aumentano la spesa, dall’altra diminuiscono le entrate e così si crea un disavanzo pubblico sempre più ampio e gestibile con sempre maggiori difficoltà. I costi sono così immediati e sensibili, mentre per valutare i benefici è necessario un tempo decisamente più lungo (come ha sottolineato su queste pagine Raffaello Vignali).

Allora è forse necessario andare oltre i possibili stimoli finanziari, peraltro difficilmente proponibili in un momento come questo, per ricercare di affrontare quei nodi strutturali dell’economia che hanno determinato la stagnazione degli ultimi anni e attraverso i quali potrebbe passare l’auspicata inversione di tendenza.


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