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GEOFINANZA/ E ora anche la Germania ha paura di fallire...

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Angela Merkel (Foto Ansa)  Angela Merkel (Foto Ansa)

“Not our debt”, gridano gli indignados di ogni latitudine, proponendo come soluzione alla crisi del debito il suo annullamento, la rivolta contro i creditori, l’insolvenza. E l’armata dei fautori della bancarotta strategica ha un suo totem da sventolare: l’Islanda e la sua scelta di non ripagare i creditori britannici e olandesi, dopo che nel 2008 le tre principali banche del Paese - Landsbanki, Kaupthing e Glitnir - sono andate a zampe all’aria con la crisi dei subprime. In effetti, una gran bella storia con tanto di inchiesta per perseguire i responsabili della crisi e riscrittura della Costituzione affidata a un “comitato dei 25”, tra cui figurano un pastore e un contadino scelto dai cittadini attraverso i social network. Insomma, il tripudio della democrazia diretta e della sovranità nazionale. Perché i Piigs non seguono questa strada, si chiedono gli indignados, facendo pagare alle banche il costo della crisi?

Stop, titoli di coda, dissolvenza, colore che sgrana e vira sul seppia, pellicola che esce sibilando dal proiettore. Il film è finito. La realtà è un’altra. Primo, gli amministratori di Landsbanki, principale istituto islandese, hanno già fatto sapere che le proprietà immobiliari della banca sono più che sufficienti per ripagare il debito verso Gran Bretagna e Olanda e che i pagamenti cominceranno al termine delle dispute legali interni, al più tardi entro fine di quest’anno. Insomma, l’Islanda ripaga - eccome - il debito, solo lo fa in silenzio. Inoltre, la ricetta islandese non è esportabile, tanto più in Grecia. Troppe le differenze, prima delle quali il fatto che il primo sia un Paese di 330mila anime e il secondo di 11 milioni. Seconda, e più importante, il problema di debito islandese era una tantum, tutto bancario e tutto d’importazione, ovvero dovuto alla crisi dei subprime Usa, con cui le tre banche principali del Paese avevano giocato un po’ troppo. Non si trattava di un problema di debito sovrano da rifinanziare per mantenere in vita un sistema elefantiaco di welfare, come quello greco o anche italiano.

Volgarmente parlando, insomma, una volta risolta la questione attraverso il default prima bancario e poi statale, con il non rimborso del debito estero, Reykjavik non aveva il problema di paesi stranieri che, essendo stati fregati una volta, non finanzieranno più il suo debito sovrano sul mercato. La Grecia, invece, sì. Dio non voglia, quindi, che qualcuno ad Atene decida di cedere al populismo e alla piazza, sfiorando anche soltanto con il pensiero l’ipotesi di non pagamento del debito estero. Ipotesi tutt’altro che peregrina, purtroppo, visti i continui contrasti tra Germania e Francia. La prima in pressing sulle banche perché accettino tagli fra il 50% e il 60% al valore dei titoli greci nel loro portafoglio, la seconda favorevole al fatto che si apportino solo modifiche tecniche all’accordo preliminare raggiunto con gli investitori privati a luglio, basato su haircuts del 21%.

 

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