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FINANZA/ 1. Bertone: c’è un’Italia che sorpassa i big del mondo

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Oggi, come è avvenuto nell’industria, occorre prender atto che quella stagione è finita. Tanti sportelli o branche bancarie vanno chiuse o vendute a qualcuno che saprà farne un uso migliore. È il caso dell’industria del risparmio, ad esempio. Banche più piccole e concentrate sul proprio mestiere (il finanziamento delle Piccole e medie imprese, quelle che non possono emettere obbligazioni) possono prosperare, purché sgravate di costi eccessivi. Come è successo all’industria dell’auto, tanto per fare un esempio.

La traversata del deserto imposta dalla crisi, insomma, sarà lunga e difficile. In parte, però, la società si è già avviata lungo la strada giusta. In Italia, forse, prima e con più determinazione che altrove. Lo dimostra il saldo primario del fabbisogno pubblico; le nuove regole sulle pensioni; la capacità delle imprese italiane di conquistare quote dell’export in una situazione estremamente difficile, quasi proibitiva sul fronte dei finanziamenti. Si può piangere, tanto per fare un esempio, sulla caduta delle commesse nelle infrastrutture sul mercato interno (-34% in cinque anni in termini reali), ma non per questo deve passare sotto silenzio il formidabile exploit di un settore, quello delle opere grandi e piccole, che dal 2010 realizza più della metà del fatturato oltre frontiera.

Insomma, sotto i cieli della crisi, l’Italia tiene meglio di paesi più strutturati (la Francia, ad esempio). Ma s’infligge pessima stampa. Causa una litigiosità politica vergognosa, che ha toccato il punto più basso (ma al peggio non c’è mai fine) in occasione della successione a Mario Draghi, capolavoro di autolesionismo che ha trasformato un grande successo per il Bel Paese, cioè la nomina a banchiere centrale di un italiano che gode di enorme prestigio, in una figuraccia, comunque vada a finire, degna dell’avanspettacolo più deteriore.

Per render merito al lavoro che le imprese italiane ci vorrebbe un forte recupero di credibilità e di autorevolezza. Solo così si potrà abbattere il veto incrociato delle lobbies che promettono di paralizzare le riforme in materia di lavoro, giustizia, istruzione e, soprattutto, sanità. Qualcosa che va al di là delle misure per lo sviluppo o del ritorno della politica industriale (per cui non ci sono soldi), ma che può essere ben più efficace. In questi anni, senza buttar via quattrini, l’Italia ha fatto di più che in certi anni di vacche grasse. Anche se, in maniera scriteriata, ha diffuso e continua a diffondere l’immagine di sé peggiore e deteriore. Un suicidio che chiama in causa forze di governo e di opposizione, le prime più delle seconde.