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BANKITALIA/ Tasse, lavoro e pensioni: alcune "idee" di Ignazio Visco

Efficienza, produttività, crescita, formazione. Sono le stelle polari di Ignazio Visco, su cui oggi ci sarà il parere del Consiglio superiore di Bankitalia. Ce ne parla MICHELE ARNESE

Ignazio Visco (Foto Imagoeconomica) Ignazio Visco (Foto Imagoeconomica)

Efficienza, produttività, crescita, formazione, scuola. Sono le principali stelle polari, fra teoria e pratica, del prossimo governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Chi pensa che sia un neoliberista, dalla fede mercatista e monetarista, resterà deluso leggendo i suoi scritti. D’altronde, come ha notato per primo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano, una delle culle culturali di Visco è stata in Italia la scuola bolognese de Il Mulino. Non è un mistero, infatti, che da tempo è apprezzato dagli ambienti politici di centrosinistra e che, ultimamente, è entrato in sintonia con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, seppure nel rispetto dei ruoli diversi: Tremonti l’aveva coinvolto, quando era vicedirettore generale di Bankitalia, come coordinatore tecnico per redigere il piano decennale per la crescita.

Il successore di Mario Draghi? C’è chi lo definisce uno strutturalista, chi un keynesiano liberale e chi un liberalsocialista. Ma al di là delle etichette, che come sempre sintetizzano troppo e male, la figura di Visco ha uno spessore accademico e scientifico di primario livello anche internazionale. E non essendosi esposto in considerazioni politico-culturali - caratteristica tipica dei civil servant che lavorano a Palazzo Koch - le definizioni intellettuali sono spesso improprie. Eppure dagli ultimi scritti di Visco si possono rintracciare aspetti che delineano un profilo per certi versi inedito per la linea tradizionale dell’Istituto di via Nazionale. Nelle sue analisi spesso si sottolinea il ruolo positivo che può avere l’intervento pubblico, non si dà eccessiva enfasi alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni (comunque auspicate), né si invocano robusti tagli fiscali per rinvigorire la crescita, mentre si ritiene che ci siano ulteriori spazi per la riduzione, mirata, della spesa pubblica.

Se è nota la sua passione per il ruolo della formazione nella crescita non soltanto civile ma anche economica dei cittadini e di una nazione, in un’analisi uscita alcune settimane fa sulla rivista “Il Mulino” intitolata “Il capitale umano per il XXI secolo” si rintracciano rilievi su come l’industria italiana abbia sfruttato in maniera a volte impropria le innovazioni dei contratti di lavoro: “Gli strumenti di flessibilità via via disegnati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo - ha scritto l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia e prossimo governatore - hanno riguardato quasi esclusivamente le nuove coorti entrate nel mercato del lavoro; su di esse si è scaricato l’intero onere dell’aggiustamento strutturale reso necessario dall’innovazione tecnologica, dall’apertura dei mercati e dall’impossibilità di ricorrere a ulteriori svalutazioni del cambio”.