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FINANZA/ Le quattro mosse per riportare l’Italia agli anni del boom

Pensare di ridurre il debito pubblico italiano con il solo pareggio di bilancio, spiega GIUSEPPE PENNISI è un’illusione che ci porterebbe alla recessione. Meglio muoversi per altre strade

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Non è l’Europa a chiederci di fare presto e bene per rimettere in modo lo sviluppo dopo quindici anni di crescita zero o rasoterra. Siamo noi stessi a doverlo esigere. Tutti gli italiani. Abbiamo perso la grande occasione offertaci nell’agosto 1992, quando i mercati ci mostravano la necessità di consolidare il debito pubblico prima di entrare nella moneta unica. Ora con uno stock di debito pubblico che supera di gran lunga l’87% del Pil (la stima più recente della “soglia” oltre la quale il debito diventa un forte freno alla crescita), e privi di sovranità monetaria (l’abbiamo trasferita alla Banca centrale europea), toglierci di dosso il macigno è molto più arduo; in effetti, non esistono studi di rilievo che dimostrino come si possa consolidare il debito di uno Stato che appartiene, sotto il profilo della moneta, a un’unione di Stati. La bozza di Decreto sviluppo di circa 140 articoli che circola in questi giorni non prevede nulla in proposito.

Nelle ultime settimane, su ilsussidiario.net sono state delineate varie misure per rimettersi sul sentiero dello sviluppo. Sabato scorso, in un seminario nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, la discussione del libro di Franco Reviglio “Goodbye Keynes? Le riforme per tornare a crescere”, proprio mentre da Bruxelles e dalla riunione dei giovani industriali a Capri (nonché dallo stesso Quirinale) giungevano inviti a “fare presto”, è stata lo stimolo per un dibattito su questi temi tra economisti di varie scuole di pensiero, oltre che considerati contigui a varie parti dello schieramento politico. Non voglio fare la sintesi di quanto già detto, ma sulla base delle analisi precedenti e del dibattito del 22 ottobre, si possono indicare le quattro mosse per rimetterci a crescere.

La prima deve riguardare il debito pubblico. Pensare di ridurlo alle dimensioni appropriate, con il pareggio di bilancio e una serie di saldi primari attivi, è un’illusione che ci porterebbe alla recessione permanente: nei 150 anni dall’Unità d’Italia, il rapporto tra stock di debito pubblico e il Pil ha superato il 60% (a cui ci siamo impegnati) in ben 111 anni. Tutte le volte che siamo stati costretti a ridurlo (nel Secondo dopoguerra siamo passati dal 120% al 25% nel giro di pochi anni) lo abbiamo fatto o con alti tassi d’inflazione o con forte crescita o con operazioni di finanza straordinaria. Per la prima strada, ci manca la leva essenziale: la sovranità monetaria. Per la seconda ci blocca la bassa produttività multifattoriale. Il varo di un’imposta patrimoniale verrebbe letto dai mercati come il preludio della bancarotta. L’unica via realisticamente percorribile allora è la costituzione di un “fondo taglia-debito”, secondo le linee esposte su queste pagine il 3 ottobre. Ciò vuol dire dare priorità alla riduzione dello stock del debito anche rispetto al raggiungimento del pareggio di bilancio.