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FINANZA/ 1. Bertone: l’Europa si è svenduta alla Cina

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Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Popolare Cinese (Imagoeconomica)  Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Popolare Cinese (Imagoeconomica)

In sostanza, l’Europa chiede l’aiuto finanziario dell’Asia, dei fondi sovrani del Golfo e del Paese più ruspante del Sud America. Quando dieci anni fa le Torri gemelle bruciarono dopo l’attentato di Al Qaeda, molti pensarono che la globalizzazione avrebbe subito uno stop. Jim O’Neill, allora chief economist di Goldman Sachs, diede la risposta più corretta: la globalizzazione non si sarebbe fermata, ma non avrebbe più avuto un cappello occidentale. Nacque così l’acronimo Brics che ha fatto al fortuna di molti investitori finanziari.

Oggi, quella sigla esprime nuovi equilibri nel pianeta. Tutto sommato accettati dalla superpotenza americana che ha chiesto all’Europa di correre ai ripari al più presto per evitare un collasso dell’euro, ma non ha i mezzi, né la volontà di collaborare più di tanto: negli stessi giorni in cui Obama invocava un piano europeo all’altezza della crisi, la Fed bloccava le operazioni in dollari sull’interbancario con le banche francesi, costrette ad approvvigionarsi di moneta Usa presso la Bce. La Cina, più che una scelta, è una necessità.

Ma i banchieri, sia quelli biondi in doppiopetto che quelli dalla carnagione giallastra in grisaglia non sono dei benefattori, bensì uomini d’affari che chiedono la garanzia di comportamenti atti a restituire i quattrini. I businessmen di Shangai o Hong Kong non fanno eccezione. Certo, i cinesi sono pronti a fare shopping (vedi Prada, piuttosto che l’offerta per i cantieri Ferretti), non disdegnano operazioni in grande (per esempio una joint venture per favorire l’arrivo di Fiat/Chrysler in Cina), ma promettono di essere banchieri esigenti e severi. Nessuno si illuda che l’acquisto di Btp piuttosto che di bond greci non sia accompagnato da un esame al microscopio, sia diretto, sia attraverso le autorità europee, della consistenza dei piani di risanamento dei singolo paesi. A partire dall’Italia, beninteso.

È ben difficile che il Cajin, in pratica il Wall Street Journal cinese, o altri organi di stampa più o meno ufficiali, d’ora in poi seguano le vicende della vita politica italiana, che si tratti della baby pensionata in Bossi piuttosto che delle grida dell’opposizione che dichiara “irricevibili” quelle regole sulla flessibilità del lavoro chieste dall’Europa e accettate dal governo, in pratica le stesse che Sergio Marchionne è riuscito a imporre in Fiat nonostante un fuoco di sbarramento mediatico e dell’intelletualità che si scopre europea a comando. Ma, alla fine, delle due l’una: o i conti torneranno; oppure il destino dell’Italia sarà di essere relegata, come comunità nazionale, ai margini dello sviluppo come ci è già successo in passato.


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