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FIAT/ 2. Confindustria e Italia, cosa cambia dopo l’addio di Marchionne?

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Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa)  Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa)

Cosa potrà diventare la Confindustria non lo sanno nemmeno i nocchieri più anziani che hanno navigato in mezzo a tante tempeste. E ciò perché la bufera scoppiata nel 2007 e 2008, più la coda velenosa con la crisi dei debiti sovrani, mette tutti davanti a scenari inediti. E al fronte, in prima fila, c’è proprio l’organizzazione dell’impresa, il suo ruolo, il paradigma produttivo del presente e quello del futuro. Forse, per cogliere tutto ciò, ci sarebbe bisogno non di un intelligente gestore, ma di un audace riformatore. È vero che nemmeno Guido Carli riuscì nel compito (il suo Statuto dell’impresa venne respinto dagli stessi associati), tuttavia la sua presidenza rappresentò un momento alto in un periodo di estrema crisi economica, politica e istituzionale, come quella che ha lacerato l’Italia nella seconda metà degli anni ‘70.

Un nuovo Carli potrebbe a questo punto prendere atto che un gruppo multinazionale come la Fiat ha non solo la necessità, ma il diritto di farsi i propri contratti come fanno i suoi grandi concorrenti mondiali.

Tuttavia, lancerebbe anche a Marchionne, così come agli eredi Agnelli, ai pochi grandi e ai milioni di piccoli industriali una sfida. Bravi, organizzate al meglio i fattori di produzione, come è compito della impresa di mercato, ma allora niente sprechi, niente rendite, niente assistenzialismo, trasparenza nei conti, basta con le scatole cinesi e lunghe, estenuanti catene proprietarie che consentono di controllare un impero con una manciata di azioni, un uso produttivo del profitto, investimenti nell’innovazione (il punto debole dell’Italia nella ricerca e sviluppo viene proprio dalle imprese private). Fate cose buone che piacciono al mondo, come diceva Carlo Maria Cipolla, o chiudete senza pesare sui contribuenti.

Un nuovo Carli scioglierebbe l’intreccio perverso con le imprese statali: o diventano davvero private o facciano lobby a sé, perché è chiaro che l’interesse di chi incassa le tariffe è diverso da chi le paga. La politica, per un presidente del genere, starebbe nel costruire un’agenda dell’impresa privata che non pretenda di fare l’interesse di tutti, ma di coniugare al meglio il proprio con l’interesse generale.


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