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FIAT/ 2. Confindustria e Italia, cosa cambia dopo l’addio di Marchionne?

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Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa)  Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa)

Che cosa sarà la Confindustria senza la Fiat? Lo strappo è forte, inutile minimizzare. Pesa meno dell’un per cento, sostiene un improvvido comunicato dell’associazione, ma è chiaro a tutti che conta infinitamente di più. Nel bene e nel male, è rimasta l’unica grande azienda privata non ancora disintegrata o in esilio (seppur anch’essa sulla via dell’esodo).

Non sarà una fuga, Sergio Marchionne giura che non lo è, ma certo si tratta di un’uscita dal sistema Italia di quella che per un secolo è stata l’azienda di sistema. Si dice che abbia ricevuto dallo Stato (cioè dai contribuenti) più di qualunque altro grande gruppo. Secondo alcuni, la chimica ha avuto di più e si è estinta molto prima. Può darsi, ma siamo lì.

Il long goodbye del Lingotto porta con sé un altro colpo di coda, come il decreto retroattivo sulla maggiore libertà di licenziamento, pomo della discordia e occasione immediata del distacco dalla Confindustria. Secondo il manager dal pullover nero, Emma Marcegaglia ha vanificato l’articolo 8 del decreto ferragostano con l’accordo sindacale di settembre. E non ha torto. Ma è anche vero che la base imprenditoriale l’ha vissuto come un provvedimento ad aziendam (questa volta la Fiat). Inutile discutere sulle ragioni reciproche, il fatto è che si è creato ormai un conflitto di interessi.

Senza la Fiat, Confindustria diventa ancor più un paradosso: una via di mezzo tra l’Intersind che un tempo raggruppava le aziende a partecipazione statale e la Confapi, la confederazione delle piccole imprese. I gruppi maggiori sono Eni, Enel, Finmeccanica. Dalla parte opposta c’è il pulviscolo del nord-est. In mezzo il pacchetto di mischia formato dalle medie aziende, che sono riuscite a competere in questi anni nonostante l’alto costo del lavoro, il fisco troppo pesante, le rigidità sindacali, un ambiente ostile all’impresa sul piano sociale, culturale, politico.

Quel quarto capitalismo che, secondo Fulvio Coltorti, capo del centro studi Mediobanca, è ancor oggi l’ala marciante dell’economia italiana, un’avanguardia in grado di tener testa anche alle Panzerdivisionen germaniche. E tuttavia incapace di esercitare una leadership. Non è in grado, non ha voglia; ma ciò resta un dato di fatto.

Dunque, ancor prima di ragionare su che cosa sarà la Confindustria, conviene riflettere su che cosa è già diventata. Una lobby delle lobbies, tutt’al più. Con zigzaganti spinte a sconfinare sul terreno della politica. Più forti quando questa lascia spazi vuoti come accadde con la caduta della Prima Repubblica e come può accadere oggi con la crisi del berlusconismo. Nell’un caso e nell’altro, tentativi velleitari. Un partito dei padroni non è mai esistito nonostante i vari conati, a cominciare da quello del 1919 incoraggiato da Giovanni Agnelli il quale, poi, alla fine della fiera, scelse pur sempre l’amico Giolitti. Oggi, le reazioni scomposte e divergenti all’uscita anti-politici di Diego Della Valle, dimostra ancora una volta che in Italia la classe dirigente capitalista può perfino farsi sovversiva, ma, per quanto potente, non riesce a esercitare alcuna egemonia.



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