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FIAT/ 2. Confindustria e Italia, cosa cambia dopo l’addio di Marchionne?

Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa) Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria (Foto Ansa)

Quanto a Marchionne, lo strappo ha avuto un effetto salutare proprio perché ha messo a nudo la debolezza del sistema contrattuale italiano, l’ambiguità delle relazioni industriali, le contraddizioni della Confindustria. La sua capacità di distruttore è indubbia e va lodata: senza l’opera del demolitore non si può nemmeno costruire e oggi come oggi c’è davvero molto da ricostruire nell’industria e nei rapporti sindacali.

Certo, attendiamo ancora prove certe che l’amministratore delegato della Fiat abbia la stessa abilità nell’edificare. Alla Chrysler ha mostrato qualcosa in più, anche se grazie al salvataggio decisivo del governo e all’aiuto determinante dei sindacati. I dati di settembre mostrano che nei primi nove mesi ha venduto un milione di auto negli Usa con un aumento del 27%. Adesso la luna di miele è finita anche con la Uaw. E si sono svuotati i cassetti dei modelli lasciati in sospeso a causa del fallimento.

Alla Fiat ha fatto vedere molto come risanatore dei conti (è questo, del resto, il suo vero mestiere), troppo poco come produttore di auto. Non solo nelle nuove linee produttive, ma anche nell’insediamento geoeconomico. In Asia finora non batte un chiodo, né in Cina, né in India. In Europa ha perso quote e non ha trovato l’alleato chiave che solo può trasformare la sua incompiuta in una sinfonia. Ora se ne va da Confindustria chiudendo una porta. Aspettiamo sempre di capire cosa c’è dietro quella che aprirà.

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