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CASO FIAT/ Benvenuto: Marchionne ci svela la crisi di Cgil e Confindustria

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica) Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Non è certo azzardato dirlo. Però l’addio non è dimostrato. Io spero che Marchionne abbia fatto una mossa tattica, non strategica. In altre parole, per scrollarsi di dosso tutto il peso della complicata situazione italiana, che riguarda anche Confindustria e sindacati, ha colto il pretesto della debole leadership di Confindustria in questo momento e ha preso la decisione. Lui pensa di muoversi indipendentemente e non delega a nessuno nelle decisioni. Certo, provoca una discontinuità rispetto alla Fiat degli Agnelli. Basta ricordare la stima che Agnelli aveva di Luciano Lama. Ma anche una discontinuità più recente. In fondo la Marcegaglia è stata portata anche da Luca Cordero di Montezemolo, un uomo della “famiglia Fiat”.

 

Quali effetti può comportare una decisione del genere?

 

Effetti certamente negativi. In questo momento il Paese è davanti a scelte importanti e tutt’altro che facili. Quindi ha bisogno di coesione. Alla fine, con questa rottura Marchionne aumenta lo stato di frammentazione del Paese. Lo scenario che viviamo è interpretato da persone che sembrano voler dimostrare di esistere solo perché si dividono da altri. Sembra di assistere a un tutto contro tutti, sindacati compresi. Un tempo noi rivendicavamo diritti. Oggi bisogna trovare degli accordi su degli interessi e il problema diventa complicatissimo. Quando in una trattativa si può fare un passo avanti sono tutti d’accordo, quando occorre, invece, fare un passo indietro si scatenano infinite divisioni.

 

Non le pare che anche Confindustria e sindacati abbiano le loro responsabilità e che debbano imboccare la strada di un rinnovamento?

 

La Confindustria è diventata una specie di “pachiderma” e deve affrontare necessariamente un cambiamento. Anche i sindacati devono rivedere alcune cose. Il problema è la validità della loro rappresentanza oggi. A un primo sguardo si comprende che così come la rappresentanza politica è in crisi, anche la capacità di rappresentanza di Confindustria e dei sindacati è problematica. Anche se va precisato che in Italia c’è sempre un alto livello di sindacalizzazione rispetto ad altri paesi. Comunque è il livello di divisione interna che mi spaventa: tra Confederazioni, tra lavoratori del Nord e del Sud, tra le categorie, tra il settore pubblico e il privato, tra vecchi e giovani.

 

Sta descrivendo una situazione allarmante.

 

La situazione è grave. Personalmente non sono disperato, perché credo di conoscere questo Paese e so che quando tocca quasi il fondo ha un’incredibile forza di risalire, di riemergere da uno stato di confusione e di concitazione. Certamente occorre, però, risolvere alcuni problemi, come quello di ricreare una fiducia tra quelli che devono rappresentare e i rappresentati. Al momento questa non si vede più a quasi tutti i livelli. Occorre parlare continuamente con le persone. Non ci si può limitare a pareri approssimativi, a qualche elaborazione.

 

L’impressione che si coglie è anche quella di un Paese in attesa. Non le sembra?