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CASO FIAT/ Benvenuto: Marchionne ci svela la crisi di Cgil e Confindustria

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Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)  Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Giorgio Benvenuto è stato un grande sindacalista, che ha segnato la storia del sindacato in questo Paese, come Luciano Lama, Bruno Trentin, Pierre Carniti, per parlare degli ultimi 40 anni. Dalla Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici - il sindacato unico di categoria creato negli anni ‘70) alla segreteria generale della Uil. Dopo essere diventato Senatore, Benvenuto è oggi Presidente della Fondazione Bruno Buozzi, che prende il nome da un grande sindacalista riformista, oltre che martire della lotta di liberazione.

Che idea si è fatto della rottura tra Fiat e Confindustria?

Mi permetto di fare una premessa storica: la Fiat fino agli anni Sessanta andava per conto proprio. Poi aveva dei contatti dialettici con Confindustria. In seguito, con Gianni e Umberto Agnelli, il rapporto non solo è cambiato, ma la Fiat caratterizzava, con la sua presenza, anche la stessa Confindustria. Gianni Agnelli diventò a un certo punto presidente dell’associazione. Credo che ci sia stato uno strappo nel 2000, con la presidenza Damato. Ma per il resto, ritengo che ci sia sempre stata dialettica interna, ma una sintonia di fondo. Ora il rapporto si è interrotto per la personalità di Marchionne innanzitutto, ma anche per un riflesso di una frammentazione che coinvolge tutta la società italiana.

Cosa intende dire?

Quando osservo l’Italia dei nostri giorni, mi sembra di vedere un gigantesco consiglio comunale, dove tutti si dividono e litigano. Marchionne poi è sì un manager che è nato in Italia, ma non è italiano. Ha una cultura delle relazioni industriali del tutto diversa dalla nostra. È un manager internazionale, con una visione americana. Negli Stati Uniti la Confindustria non esiste, le confederazioni sindacali non esistono. Ci sono sindacati di categoria, che fanno durissime battaglie sugli aspetti economici di un contratto, ma che non ragionano in termini politici e tanto meno ideologici. Marchionne pensa che sia Confindustria, sia i sindacati abbiano sempre riferimenti o condizionamenti di tipo politico e da qui è arrivata la sua scelta. Sostanzialmente, l’Amministratore delegato della Fiat è su un’altra lunghezza d’onda rispetto alla nostra Confindustria, ai nostri sindacati, al nostro tipo di visione del mondo.

Ma non le pare che con questa mossa improvvisa, anche se in parte annunciata da tempo, Marchionne (e quindi la Fiat) dia una specie di addio all’Italia?



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