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FINANZA/ 2. C'è una ricetta "anti-politica" che salva l’euro

Pubblicazione:mercoledì 5 ottobre 2011

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Fatto è che l’Eurozona non è quanto appena descritto: la Bce è l’agente monetario di un direttorio politico (dettagli qui e qui) in cui partecipano 17 paesi, con una politica monetaria non monetariamente e teutonicamente orientata al controllo della crescita dell’offerta di moneta in veste esogena, né puramente mirata a un fisso obiettivo di potere d’acquisto coordinandosi con la produzione, bensì usata come strumento per raggiungere scopi politici. Bagus illustra chiaramente la questione: la politica (o sua parte maggioritaria) vuole un super-Stato europeo, e manovra l’euro per “comprare” - via salvataggi di Stati e banche - il relativo consenso, né più né meno.

L’euro come strumento politico allora segue le sorti dell’ente politico che lo gestisce; la crisi del debito combattuta con emissioni di moneta fa scaricare il costo - localizzato in origine solo su alcuni creditori - su tutti gli utilizzatori della moneta, diluendo nella maggior offerta di euro una stessa produzione reale. Il singolo euro così vale meno perché compra meno, rappresenta una frazione minore dell’esistente ricchezza reale. L’attivismo politico non fa altro che forzare le risorse reali verso fini politici meno produttivi (tenere in piedi un fallito ha il costo-opportunità di non potenziare soggetti che creano ricchezza), per cui alla lunga il singolo euro rappresenterà una frazione sempre più piccola (a causa dell’emissione di nuova moneta) di una torta di produzione reale anch’essa sempre più piccola o dalla ben misera crescita. È questo meccanismo che svilisce la moneta, facendole rischiare di venir sempre meno richiesta fuori dall’Eurozona, ma pure all’interno! Questo è il vero fallimento “dell’euro” che si può temere.

Un fallimento dell’euro è nelle carte nei soli termini in cui la politica piega il bene economico “moneta” a semplice strumento politico; il suo “valore” viene così forzato da logiche non economiche, rendendo l’euro una “moneta cattiva” che, come spiega North, può spiazzare “monete buone” solo finché esiste un controllo statale sul suo prezzo. Sul libero mercato dei cambi, l’euro ne verrebbe distrutto; dentro l’Europa le persone potrebbero usare tra loro monete diverse (salvo sanzioni) e questo sarebbe il vero “fallimento dell’euro”. Tutto il resto è solo retorica.

Se fallisce un’azienda in Europa, non fallisce l’euro; se fallisce uno Stato come Grecia o Portogallo, parimenti non fallisce l’euro. La moneta di per sé vive di vita propria, deve avere però una congruenza con le dimensioni della produzione reale con cui - nel nostro mondo, in forza di legge - può essere scambiata; così come i privati fanno fallire gli insolventi, recuperano il possibile, e cercano impieghi più produttivi - e in tal modo nel tempo mantengono in crescita l’economia - così uno Stato è un erogatore di servizi che se insolvente può esser lasciato fallire, in modo che i creditori ottengano indietro quanto possibile e possano accedere a progetti più remunerativi (e altri organizzino nuove più efficienti forniture dei servizi persi).

Al massimo siano i creditori a decidere se è più remunerativo ristrutturare il debito invece che cercare impieghi alternativi. In ogni caso questo ha a che vedere con la destinazione e distribuzione della ricchezza reale veicolata dallo strumento monetario, ma non con l’esistenza della moneta in sé.


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