Economia e Finanza
mercoledì 5 ottobre 2011
È opinione comune che quello greco sia un problema serissimo, il fallimento della Grecia trascinerebbe con sé l’euro, e il fallimento dell’euro varrebbe un’ecatombe dei popoli europei. Non so esattamente come la gente si figuri questo immane disastro della distruzione dell’euro - i termini usati sono evocativi, ma lungi da una precisa capacità descrittiva -, ma sinceramente io ci vedo solo molta retorica volta a veicolare il consenso.
Qualche riflessione “storicista”. A sentire l’informazione ufficiale, è un anno e mezzo che la Grecia “sta fallendo” e in tutto questo tempo ogni settimana qualcuno urla che “il tempo è finito”; è veramente lungo a finire, ‘sto tempo! Dovremmo considerare poi che da metà ‘800 la Grecia ha più volte ristrutturato il proprio debito (non era quindi in grado di pagarlo, come oggi) e ha registrato almeno otto default conclamati; questo lungo “fallendo” appare allora un episodio tra i tanti che l’hanno preceduto e che in fondo non avevano visto sparire la dracma - qual è allora il pericolo per l’euro? Intanto, negli Usa, tra il 1980 e il 2002, si sono avuti oltre 2.300 fallimenti di aree urbane (solo perché gli Stati finora hanno potuto trasferire le perdite sul bilancio federale) per 33 miliardi di dollari; inoltre tra il 1975 e il 1978 sono fallite New York e Cleveland… e non mi pare che tutto questo abbia distrutto il dollaro, che resta moneta comune per più enti fiscali federati.
Pensate ora al caso teorico di uno Stato che usa come moneta l’oro: se lo Stato fallisce (non riesce a pagare il proprio debito), allora l’oro diventa “meno oro”? Direi proprio di no, l’oro è oro, e resta perfettamente valido come moneta per gli altri paesi che lo usano. Ne discende la seguente riflessione: una moneta esogena (cioè dalla dinamica dell’offerta indipendente da quel che accade agli enti fiscali) ha una propria esistenza basata sul suo status di legal tender (cioè il corso legale imposto dal monopolio statale, come puntualizza Hayek), sui network effect (cioè i vantaggi, indicati da Friedman, dell’esser già diffusa e accettata) e dal suo valore reale definito dalla quantità di merci e servizi cui dà accesso.
Se l’euro fosse una moneta emessa da un ente terzo e indipendente (quindi esogena), il fallimento di un suo utilizzatore comporterebbe solo perdite finanziarie per i relativi creditori, logica sfiducia verso il fallito e probabilmente temporanea contrazione dell’attività economica. L’euro come moneta ne uscirebbe praticamente illeso, perché già legal tender in un’area ben più vasta e importante e quindi “coperto” da ben vasta produzione reale (quella della Eurozona e anche dell’estero, nei termini in cui la produzione europea viene richiesta). Lo stesso in caso di fallimento italiano. Tra l’altro Portogallo e Irlanda sono già falliti, non si rivolgono al mercato ma campano sulla finanza artificiale di soccorso, e con ‘sto fardello l’euro era arrivato a 1,46 sul dollaro. Il problema “fallimento” non è quindi in via naturale un problema monetario.
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