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MOODY'S/ Asia e America Latina le risposte ai "guai" di Tremonti?

Pubblicazione:mercoledì 5 ottobre 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 6 ottobre 2011, 20.45

Giulio Tremonti (Foto Ansa) Giulio Tremonti (Foto Ansa)

Moody’s taglia il rating sull’Italia, ma Piazza Affari parte e passa la mattinata in rialzo. Era successo anche con Standard & Poor’s: quando il 20 settembre aveva operato il downgrade sul debito pubblico italico, la Borsa di Milano aveva chiuso la giornata in rialzo dell’1,9%. Significa allora che gli investitori se ne infischiano del giudizio delle agenzie di rating? Che non si fidano più delle loro parole dopo alcune cantonate del passato? Difficile crederlo. Per risolvere il rompicapo (oltre a credere al fatto che la notizia è stata già "scontata" dai mercati) è forse bene andare a riprendere le parole pronunciate ieri da Giulio Tremonti, dopo la riunione dell’Ecofin.

“La crisi ha oramai epicentro in Europa, gira intorno ai rischi sovrani e da ultimo si vede anche nelle banche”, ha detto il ministro dell’Economia. Nella stessa conferenza stampa che ha fatto scoppiare un caso all’interno del Governo, e che ha richiesto più di una smentita ufficiale, Tremonti corre però il rischio di fare un’altra “figuraccia”. Forse potrà dipendere dalle sintesi delle agenzie di stampa, fatto sta che quella breve analisi sembra dimenticare quando accaduto negli ultimi tre anni e smentire le stesse “lezioni” dell’anti-mercatista Tremonti dispensate dopo lo scoppio della crisi economica.

Se, infatti, la crisi si vede “da ultimo” nelle banche, non ci si spiega perché quelle americane, inglesi, francesi (un intervento di Parigi e Bruxelles su Dexia c’è già stato nel 2008) siano state salvate o nazionalizzate. E non si vede perché il Ministro avesse pensato ai cosiddetti Tremonti bonds per aiutare gli istituti di credito italiani.

Fin dall’inizio c’è stato detto che la crisi è nata dalla finanza (americana, aggiungevano tutti - quindi perché ora l’epicentro della crisi dovrebbe essere l’Europa? Negli Usa si è tornati alla normalità?) e si è diffusa presto alle banche piene fino all’orlo di “titoli tossici”, toccando poi l’economia reale. Per non far crollare il sistema, gli Stati hanno deciso di intervenire con metodi diversi (al di qua e al di là dell’Atlantico - il “rigorismo” europeo e “i dollari stampati in cantina” americani) trasferendo le perdite di banche e finanza sui bilanci pubblici. Del resto, lo stesso Tremonti lo scorso gennaio ebbe a dire che alcuni paesi “hanno salvato le banche e con esse la speculazione”. Lo fece da Parigi, in quel famoso intervento in cui descrisse la crisi come “un videogame: vedi un mostro, lo combatti, lo vinci, sei rilassato. E invece ne compare un altro, più forte del primo”.

In realtà “il mostro” è sempre lo stesso. Alcuni lo dicevano già nel 2008: l’intervento degli Stati è solo una cura palliativa, il problema non sarà risolto. Si è solo guadagnato del tempo, il sistema della finanza non si è dato nuove regole e nemmeno è stato “corretto” dall’esterno (a parte la Tobin tax europea che entrerà in vigore tra due anni e con esiti ancora incerti, tranne l’effetto da annuncio “populista”). I bilanci delle banche sono ancora in sofferenza, forse anche perché hanno divorato titoli di stato che sembrano diventati come quelli “tossici” di tre anni fa. Le azioni degli istituti di credito sono quelle che negli ultimi mesi stanno occupando le posizioni più alte tra i rialzi e ribassi di giornata. E a quanto pare nessuno sembra pronto a cambiare ancora musica: le Borse salgono (nonostante i giudizi delle agenzie di rating) perché si rincorrono rumors di nuovi interventi a favore delle banche.


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