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FINANZA/ L’esperto: vi spiego perché l’Europa è costretta a salvare le banche

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Lo impone ancora la logica del “too big too fail”. L’Europa non può permettersi il fallimento (o un riassetto radicale) di una Deutsche bank o di una Bnp, perché è impegnata in una triplice sfida: risanare il sistema bancario-finanziario; rilanciare il Pil; far leva sulla crisi greca per dare un assetto “2.0” all’Eurozona. Di settimana in settimana l’emergenza cambia a rotazione: in agosto il malato d’Europa era diventato l’Italia per bassa crescita e alto debito sovrano attaccato dalla speculazione; poi il problema è ridiventato la Grecia troppo inadempiente e la Germania troppo severa; ora i fari si sono spostati sulla Francia, con i conti economici e di finanza pubblica abbastanza in ordine, ma con un sistema bancario sostanzialmente più fragile di quello italiano, che pure è stato violentemente attaccato sui mercati, dalle agenzie di rating e in Borsa. A proposito: anche il Belgio scricchiola, è un Paese senza governo da più di un anno e con seri rischi di secessione. E non è che la moralità pubblica e privata del Paese più oscuramente interessato da scandali a sfondo pedofilo sia così più spendibile di quella italiana. Eppure là non è scattata la reazione mediatica a catena che dalle polemiche sul premier conduce fino al declassamento del rating motivato dalla “debole azione di governo”. Ma questo è un altro discorso.

 

La soluzione sta nei grandi fondi Ue salva-stati e salva-banche?

 

Sono convinto di sì. E si tratta di momenti politici nel senso più proprio del termine: da una parte, governi ed elettorati di un’Europa ancora “in progress” alzano l’asticella della responsabilità collettiva sui bilanci pubblici senza deficit e con debito controllato (quella che la Grecia ha clamorosamente tradito, con l’aiuto di alcune grandi investment bank). Dall’altra - a lato di misure più simboliche come la Tobin tax - avviano un’azione di riequilibrio nei rapporti tra “governement” e mercati, tra interessi pubblici (moneta e credito lo sono) e legittima azione degli “imprenditori della finanza” e dei loro clienti risparmiatori.

 

E le banche italiane?