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IL RITRATTO/ Mario Monti: in un bigino il profilo del nuovo Premier

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Mario Monti (Foto Ansa)  Mario Monti (Foto Ansa)

Nell’agenda del prossimo governo Monti ci sarà con tutta probabilità la riforma delle pensioni e una patrimoniale. Eppure, negli ultimi due anni, leggendo gli interventi scritti del Presidente dell’Università Bocconi di Milano, non erano consigliati interventi sulla previdenza e nuove imposte. Insomma, il Professore che invocava la crescita oltre il rigore, si appresta a perseverare nel rigore. Ma che cosa pensa l’economista ed ex Commissario europeo? Qual è il suo profilo intellettuale? E quali sono secondo il presidente della Bocconi le riforme necessarie all’Italia? Ecco un bignami del Monti-pensiero scorrendo gli ultimi due anni dei suoi scritti.

 

La bussola teorica: l’economia sociale di mercato

“Sono un convinto sostenitore di un’economia sociale di mercato altamente competitiva, quale è voluta dal Trattato di Lisbona, sarei un po’ preoccupato da un mercato privo, da un lato, di serie regole e di efficaci autorità di enforcement; dall’altro esposto a una più o meno esplicita superiorità della politica: terreno ideale, temo, per abusi privati, abusi pubblici e loro varie combinazioni”.

 

I giudizi sulla moneta facile

“Se anche si ammette che in qualche misura i salvataggi (bancari negli Stati Uniti, ndr) fossero inevitabili, non si possono non valutare negativamente le politiche che vi hanno condotto: l’espansione monetaria esuberante dell’era di Alan Greenspan, la disattenzione agli squilibri di finanza pubblica, l’assetto obsoleto delle autorità di vigilanza, le connivenze tra politica e finanza che hanno reso intoccabile l’esplosivo sistema delle garanzie pubbliche agli istituti di finanziamento immobiliare”.

 

Un elogio non ideologico degli Usa

“Se la cattiva governance dell’economia americana ha recato un grave vulnus all’immagine dell’economia di mercato, non dobbiamo però dimenticare che gli Stati Uniti hanno un grande punto di forza nella flessibilità ed efficienza dei mercati dei prodotti e del lavoro, oltre che nella capacità di ricerca e innovazione”.

 

Un po’ di keynesismo non guasta

“In America e in Europa, le politiche con le quali i governi nazionali cercano di combattere la crisi rischiano di essere poco efficaci, di condurre alla disintegrazione economica, di conservare artificialmente il vecchio, di penalizzare i giovani. Si proclama il ritorno a Keynes, ma si esita a spingere in misura adeguata la domanda nell’unica fase degli ultimi sessant’anni in cui ciò sarebbe veramente necessario. Si preferisce sostenere l’offerta, bloccando così il processo schumpeteriano della ‘distruzione creatrice’ con sussidi a settori e imprese che sono in difficoltà anche perché non si sono ristrutturati a sufficienza”.


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COMMENTI
14/11/2011 - Crisi (Alberto Consorteria)

La crisi che viviamo è colpa di una fiducia eccessiva nel potere del mercato, e nel fallimento totale della UE. E noi ci affidiamo a un economista di stampo UE. Siam proprio degli idioti....