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Economia e Finanza

FIAT/ Bertone: i "colpi" di Marchionne mettono nell'angolo la Fiom

UGO BERTONE spiega perché i timori della Fiom relativi alla disdetta degli accordi sindacali non sono giustificati e quali chance restano alla Fiat sul mercato europeo

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La Fiom è sul piede di guerra. Dopo la disdetta da parte di Fiat di tutti gli accordi sindacali e delle prassi collettive in essere, la federazione dei metalmeccanici della Cgil minaccia scioperi e azioni legali. Denunciando il fatto che il nuovo contratto sarà peggiorativo rispetto a quello nazionale. Tanto più se sarà imposta l’applicazione del modello Pomigliano a tutti gli stabilimenti. «Non credo che tali timori siano giustificati. Il contratto di Pomigliano non introduce certo condizioni schiavistiche» spiega a ilSussidiario.net il giornalista economico Ugo Bertone. «Impone semplicemente  - continua - di gestire la settimana su 18 turni. E che, qualora ce ne sia la possibilità, ovvero quando la domanda lo richieda, la possibilità di istituire un 18esimo turno retribuito, quello del sabato. Prevede, infine, alcune misure di contrasto all’assenteismo». Secondo Bertone, è la posizione della Fiom nei confronti di Fiat a non essere giustificata. «Non a caso, in decine di aziende in cui la Fiom è molto forte, si applicano i medesimi criteri di turnazione laddove la domanda produttiva lo richieda».

Oggi, su queste pagine, il segretario nazionale Fiom-comparto auto, Giorgio Airaudio, ha lamentato il fatto  che si discute di lavorare di più, ma Marchionne non ha ancora reso noto il proprio piano industriale. Bertone risponde ponendo alcune premesse: «Peugeot ha annunciato che l’obiettivo, entro il 2014, sarà quello di vendere almeno metà della sua produzione in Asia, mentre Opel sposterà la produzione fuori dall’Europa. Significa che Francia e Germania, gli unici due Paesi che nel 2008 e nel  2009 disponevano ancora di alcune risorse, e che si sono rifiutati di metter mano al problema della ristrutturazione dell’industria dell’auto in Europa, adesso non hanno più soldi». La migrazione si comprende ancora di più se si considera la debolezza del mercato europeo. «Nel 2007, ultimo anno positivo, assorbiva 14 milioni e 800mila vetture, l’anno prossimo ne assorbirà 12 milioni e 200mila. Due milioni e mezzo circa di auto in meno; una cifra che, guarda caso, corrisponde circa alla produzione della Fiat prima di Chrysler; il che indica che in Europa abbiamo una capacità produttiva eccessiva». Del resto, sottolinea Bertone, «ci sono 279 siti produttivi quando, dalla fine della Seconda guerra mondiale, in tutta Europa, se ne sono chiusi meno di dieci. Siti che costruiscono automobili che, probabilmente, non si venderanno più. D’altronde, tutti gli Stati in cui si vendono automobili, l’industria dell’auto se la creano, o la costringono a produrre sul posto». All’antico Continente, non resta che una chance: «Le industrie automobilistiche devono qualificarsi su vetture dotate di maggior valore di uso, con caratteristiche legate alla mobilità urbana. Occorre, quindi, fare investimenti per inventare qualcosa di nuovo. Non si può più puntare sulla quantità e sulla preservazione dell’esistente».