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CRISI/ L'esperto: vi spiego dove "tagliare" per convincere l'Europa

Pubblicazione:giovedì 24 novembre 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Sono dell’idea che le imprese non vadano incentivate e che le varie politiche industriali in un Paese come il nostro a forte imprenditorialità diffusa dal basso debbano essere del “togliere” e non del “fare”. Più che dare incentivi, la politica industriale dovrebbe quindi togliere vincoli al fare impresa, e in questo senso l’importanza dell’approvazione dello Statuto delle imprese pochi giorni prima della caduta del governo è stata sottolineata troppo poco, probabilmente perché arrivata nel caos generale. Quella è però la strada.

Qual è a suo avviso il ruolo del sistema bancario a supporto della ripresa?    

È il ruolo storico: dare e garantire liquidità alle imprese a un costo accettabile, e anche su questo è probabilmente più facile dirlo che farlo, e capisco che le banche possano fare fatica per tanti motivi, ma il compito è proprio questo, ricercando anche di valorizzare il progetto industriale delle aziende.

Qual è il suo giudizio sulla diatriba tra Sergio D’Antoni e Pietro Ichino sul contratto unico a due anni? In questo modo si precarizzano i lavoratori a contratto a tempo indeterminato o si stabilizzano i precari?

È più probabile che capiti la prima cosa, perché stabilizzare i precari con un contratto a due anni non è possibile. Oltre le posizioni, mi interessa comunque sottolineare che si tratta di un dibattito interessantissimo e che va approfondito, soprattutto perché entrambi sono del centrosinistra e stanno lavorando su un fronte molto esposto.

Da questo punto di vista vede necessarie misure specifiche per le Pmi?


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