BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ Ha vinto Bin Laden?

Pubblicazione:sabato 26 novembre 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 28 novembre 2011, 18.33

Un operatore davanti ai monitor di trading (Foto: IMAGOECONOMICA) Un operatore davanti ai monitor di trading (Foto: IMAGOECONOMICA)

Peraltro nella crisi del 2008 gli istituti bancari del nostro Paese, forse “arretrati” (?) rispetto agli Istituti anglosassoni si sono tenuti molto lontani da investimenti in titoli derivati e tossici, come tuttora sono. E in rapporto al criterio che sarà definitivamente scelto, relativo al valore dei titoli sovrani ai fini dei propri coefficienti patrimoniali, potrebbero essere le banche italiane- in Europa – quelle con le minor necessità di aumenti di capitale.
Crisi delle banche, crisi della finanza e intervento di Stati che aumentano il loro debito, per sostenere le banche. Se gli Stati s’indebitano - e il debito diventa insostenibile - e se la circolazione di credito sovrano è talmente ampia per cui il debito degli Stati diviene concorrente con quello degli altri stati allora non c’è dubbio che il problema del debito si pone in maniera radicale. Come i fatti di questi ultimi mesi dimostrano.
Infatti chi deve pagare i debiti dello stato? La risposta è evidente: noi. Paga chi produce e lavora. Noi non possiamo fare altro che produrre, lavorando. Da questo punto di vista, questo tempo si presenta qnche come un’occasione per imparare (di nuovo?) a lavorare. Il lavoro non più una parentesi negativa tra la giovinezza spensierata e la vecchiaia emarginata, ambedue sorvegliate e finanziate da uno Stato padrone ma come collaborazione alla crescita del popolo cui si appartiene. Non è, quindi, la crisi, solo l’occasione per “l’imposizione di rigorosi programmi di austerità che comportarono un decennio di riduzione dei redditi e di lentissima e minima ripresa economica” (2) ma anche occasione per un cambiamento. Un cambiamento reso necessario perché è cambiato l’orizzonte in cui si iscrive l’azione di ciascuno di noi e noi possiamo recuperare il senso del lavoro e dell’unità della persona che ne ritrova il senso. Se è così, cioè se siamo noi a dover pagare il debito con il nostro lavoro, dovremmo tuttavia poter dire: vogliamo ridisegnare il patto tra noi e l’istituzione. Dovremmo poter dare voce e rappresentanza a un popolo. Ci vuole insomma un nuovo modo di concepire lo Stato. Uno Stato che stavolta segua la persona che deve lavorare e produrre, organizzare il suo lavoro e la sua forza produttrice senza ostacoli. Non più un patto tra cittadino e Stato, ove il cittadino è funzione dello stesso, concezione figlia dello schema illuminista, ma un patto, in cui lo Stato è a servizio della persona, della sua identità, della sua appartenenza, a servizio appunto del popolo.

(2) “Una Bretton Woods per salvare il mondo” (Guido Rossi - Il Sole 24 Ore - Domenica 14 agosto 2011)


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
26/11/2011 - tradizioni e scontro di civiltà (Antonio Servadio)

BL: personaggio estremo, anche nella violenza. E' in buona compagnia, in quella parte di mondo. Comunque trattasi di una minoranza. Però -in quella parte di mondo- BL non ha mietuto indignazione. Né folle né governi hanno reagito contro di lui con fermezza, anzi. Moltissimi hanno mostrato entusiasmo, hanno approvato, hanno festeggiato i suoi atti, anche in piazza. Al di là delle doverose condanne, bisogna interrogarsi profondamente circa i motivi di quel fiancheggiamento, di quel consenso che BL e colleghi hanno riscosso. Bisogna guardare a questa parte di mondo con gli occhi di quella parte di mondo. Per capire. Questo articolo va in quella direzione, anche se indirettamente, è un inizio.

 
26/11/2011 - Sono (Diego Perna)

Sono d'accordo totalmente con quanto Lei ha scritto, il valore va dato al lavoro ,va ridato al lavoro non a ciò che sinora e servito a specularci sopra.