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J’ACCUSE/ Quelle mani bucate che hanno impoverito l’Italia

Pubblicazione:sabato 26 novembre 2011

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Un solo esempio, tra i centinaia che cito in “Mani bucate”: per l’industrializzazione della Sardegna centrale lo Stato ha speso oltre 5 miliardi di euro in aiuti alle imprese e non ha realizzato un solo metro di autostrada. Tra l’altro le imprese che hanno incassato quei sussidi sono le stesse (Eurallumina, Vilnys, Ottana, ecc.) che hanno chiuso (lasciando problemi sociali ingestibili) non appena l’Ue ha imposto all’Italia di interrompere l’erogazione.

Ho passato mesi, poi, sulle carte ufficiali riguardanti l’applicazione degli strumenti della Npr, Nuova politica regionale (Patti territoriali, Contratti d’area, ecc.) che coinvolgono le realtà locali (imprenditori, sindacati e politici) nella gestione di fondi europei o statali. Il giudizio della Corte dei Conti su questi strumenti “sussidiari” è talmente disastroso da imporre una profonda riflessione sui motivi che li hanno fatto fallire.

La prima riflessione non è che la sussidiarietà è fallita, ma che ne occorre di più. Occorre strappare dalle mani dei politici (per la cui formazione culturale e tecnica occorre fare ancora molta strada) e dei sindacati la gestione delle risorse e consegnarla a chi può essere giudicato sulla base dei risultati effettivamente raggiunti. Troppo spesso, infatti, il politico bravo, specie nel Mezzogiorno, è colui che “spende tanto”, non colui che “spende bene”. Più sussidiarietà significa aumentare, in numero e in quantità, le esperienze già esistenti di gestione dei fondi pubblici da parte di realtà locali (associazioni o società private) che possono essere valutate e premiate sulla base dei risultati e non sulla base della quantità di denaro erogato.

In caso contrario, dovremo abituarci ai disastri di uno Stato che, volendo fare il “buono” (nella meno maligna delle interpretazioni) fa in realtà emergere gli imprenditori peggiori, spreca risorse pubbliche, distrugge capitale sociale e arriva perfino a sostenere le imprese mafiose. Il risultato è che l’economia italiana non è liberale, non è pianificata, è semplicemente sussidiata.

 



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