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Economia e Finanza

J’ACCUSE/ Quelle mani bucate che hanno impoverito l’Italia

MARCO COBIANCHI ci parla del suo ultimo libro in cui ha cercato di dare una risposta alla semplice domanda: la classe imprenditoriale è responsabile del declino italiano?

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Non ho mai creduto che l’arretratezza economica dell’Italia fosse da addebitare esclusivamente a politici incapaci e sindacati corporativi. Ho sempre pensato che si trattasse di una favola alimentata da chi è poco incline a notare, denunciare e correggere le arretratezze di un’altra componente fondamentale della cosiddetta società civile: gli imprenditori privati. Da questa considerazione, circa due anni e mezzo fa, ho iniziato un lungo viaggio nel cuore del sistema economico italiano degli ultimi 10-15 anni seguendo una particolare traccia: quella degli aiuti di Stato. Ho voluto capire come mai, nonostante i sussidi alle imprese private assommino annualmente a circa 30 miliardi di euro, il sistema industriale non riusciva a produrre quella ricchezza che ci si sarebbe dovuti attendere da un tale diluvio di aiuti di Stato. E come mai alla verifica finale sull’utilizzo dei soldi pubblici, i risultati mostrati dagli imprenditori assistiti fossero stabilmente inferiori a quanto si era preventivato (in termini di occupazione, soprattutto). Ho cercato di dare (e darmi) una risposta alla semplice domanda: la classe imprenditoriale è responsabile del declino italiano? Così, affidandomi esclusivamente a documenti ufficiali (Gazzette europee, italiane, regionali, rapporti della Corte dei Conti, controversie presso l’Antitrust europeo, studi della Corte dei Conti e carte giudiziarie), alla fine, come direbbe Blade Runner, “ho visto cose che voi umani…”.

La prima evidenza che emergeva mentre scrivevo “Mani Bucate” è che i sussidi alle imprese hanno effetti molto vicini allo zero (parola, tra gli altri, di Mario Draghi). La seconda evidenza è che in Italia esistono più di 1.400 leggi (tra nazionali e regionali, ma la stima è “conservativa”) che distribuiscono finanziamenti pubblici alle imprese private e che questa massa legislativa ha creato un caos nel quale perfino la Corte dei Conti non riesce a districarsi. La terza evidenza è che in Italia i soldi vengono dati a chiunque: alle aziende che vanno bene, ma anche a quelle in crisi; a quelle piccole e a quelle grandi (Fiat, Marcegaglia, Pirelli, Olivetti, Stm solo per citare alcuni nomi); per sviluppare un’area industriale, ma anche per dismetterla.

In altre parole: lo Stato paga gli imprenditori privati (e, per la prima volta, è possibile sapere chi e quanto ha incassato), invece di regolarne l’attività economica. Spreca risorse in milioni di interventi (ogni anno le imprese che incassano fondi europei sono oltre 140.000), senza mai definire alcun progetto strategico. Ciò significa rinunciare al proprio ruolo che è quello di “creatore” di un ambiente economico nel quale ogni persona possa trovare terreno fertile per la propria impresa. Lo Stato, nel suo rapporto con l’imprenditoria privata, è un Bancomat che crede di realizzare quella che viene erroneamente definita “politica industriale” semplicemente erogando sussidi.