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FINANZA/ C’è una linea Maginot che tiene al sicuro l’Italia

Pubblicazione:giovedì 3 novembre 2011

Mario Draghi (Foto Ansa) Mario Draghi (Foto Ansa)

Un primo giorno di scuola alla guida della Bce come quello che ha vissuto martedì, Mario Draghi proprio non poteva immaginarselo. O forse sì. Una cosa è certa: l’ex governatore di Bankitalia ha dimostrato da subito di che pasta è fatto (Guido Rossi invece di levarsi sassolini e sfogare le proprie frustrazioni senili su Il Corriere della Sera, ricordando l’arcinoto passato di Mario Draghi a Goldman Sachs, si occupi piuttosto dell’unica cosa per cui lui sarà ricordato, ovvero regalare scudetti a tavolino all’Inter), rispedendo al mittente i diktat del Bundestag e intervenendo pesantemente sul mercato secondario acquistando Btp nell’ultima ora di contrattazioni.

Dopo il massimo intraday di 455 punti base, lo spread tra i nostri decennali e il Bund ha chiuso a 442: cambia poco direte voi, resta comunque un livello siderale che spedisce il rendimento che il Tesoro è chiamato a pagare agli investitori ampiamente sopra quota 6%. Vero, ma solo in parte. Draghi sa che quota 450 punti base non rappresenta un nominalismo, è la vera e propria linea Maginot prima dei guai seri, prima della “spirale irlandese”. Il destino del mercato obbligazionario sovrano, infatti, non è solo nelle mani di chi investe o della Bce, ma anche - e, forse, soprattutto - della LCH Clearnet, la cassa di compensazione europea per gli scambi dei titoli di Stato.

Nonostante l’aggressiva difesa di Btp e Bonos posta in essere dall’Eurotower attraverso il programma di acquisto Smp, infatti, la contemporaneità di rally del Bund (conseguenza anche della folle idea di vietare i cds sul debito sovrano nell’eurozona) e rischi crescenti con bassa possibilità di hedging dei titoli italiani, ha sterilizzato l’azione stessa della Bce in fatto di contenimento e congelamento dello spread. Nonostante l’azione dell’Eurotower, inoltre, anche il prezzo del nostro Btp si muove in maniera critica al ribasso. Insomma, oggi comprare Bund è il modo migliore, più semplice e più liquido per mettere sotto pressione il mercato obbligazionario italiano.

E qui entra in gioco LCH Clearnet e il precedente Irlanda, Paese che prima di noi ha vissuto l’incubo di quota 450 sul Bund. Era il novembre dello scorso anno e, una volta ecceduta quota 450 punti base sul titolo tedesco, la clearing house inglese alzò per tre volte in quindici giorni i margini richiesti per le posizioni in bond irlandesi. LCH Clearnet intervenne tre volte, il 10, 17 e 25 novembre, portando il margine richiesto al 45%, a significare che gli investitori devono dare in garanzia 45 euro per ogni 100 euro di esposizione netta sui titoli del debito pubblico dell’Irlanda. Lo scorso 10 novembre la compagnia decise di innalzare il tasso al 15%, portandolo al 30% dopo soli sette giorni fino all’ulteriore 15% del 25 novembre: una decisione che rifletteva anche l’aumento dei rendimenti dei bond detenuti in portafoglio dagli investitori. Un anno fa, quando LCH Clearnet operò il suo aumento dei margini, Goldman Sachs emanò un report nel quale si sottolineava che «l’attuale ampliamento degli spreads obbligazionari, se continuasse, potrebbe far scattare ulteriori aumenti dei margini da parte della clearing house, con focus su Portogallo, Spagna e Italia. Il decennale portoghese viene attualmente trattato attorno ai 410 punti base rispetto al Bund, quindi un aumento di soli 40 punti base potrebbe far scattare la clausola di attivazione del “livello 450 punti base”. Sia Spagna che Italia, comunque, mantengono ancora un ragionevole cuscinetto di difesa rispetto al livello di innalzamento dei margini, trattando rispettivamente a 190 punti base e 270 punti base dal livello dei 450 punti base».


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