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Economia e Finanza

FINANZA/ Prestiti, banche e titoli di Stato all'8%: ecco cosa rischia l'Italia

Bankitalia spiega che il debito pubblico italiano è sostenibile nei prossimi due anni anche se i tassi di interesse sui titoli di Stato arrivassero all'8%. Ne parliamo con MAURO BOTTARELLI

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Ieri lo spread ha chiuso a quota 436 e il rendimento dei titoli decennali si è attestato al 6,19% sul mercato secondario, restando molto vicino a quella soglia del 7% che per molti operatori rappresenta un punto di non ritorno. Eppure la Banca d’Italia ha spiegato che il debito pubblico italiano è sostenibile nei prossimi due anni anche se i tassi di interesse sui titoli di Stato arrivassero all'8% e la crescita fosse uguale a zero. Ci si chiede però quali potranno essere le conseguenze sulle aziende, gli istituti di credito e le famiglie. Lo chiediamo al giornalista Mauro Bottarelli.

I titoli di stato italiani, -spiega Bottarelli - soprattutto con il rendimento che hanno in questo periodo, sono un ottimo investimento, e per quanto non vogliano farlo credere tedeschi e francesi, l’Italia è sempre stata solvibile sul suo debito e continuerà ad esserlo, per cui in questo Paese non si vedono all’orizzonte problemi di bond non rimborsati. Cosa differente è invece andare a fare azzardi su titoli di stato di altri paesi, ma in questo momento non ci sono problemi particolari».

Le condizioni dei prestiti alle aziende peggiorano e Bankitalia, attraverso il Rapporto sulla stabilità finanziaria, rende nota l’alta quota di debiti bancari con scadenze ravvicinate. Sempre secondo Bankitalia, potrebbero anche aumentare notevolmente i tassi di interesse sui prestiti alle famiglie, se le difficoltà di raccolta delle banche italiane sui mercati all’ingrosso dovessero proseguire. «Anche in questo caso – continua a spiegare Bottarelli - dobbiamo “ringraziare” l’Europa, francesi e tedeschi, visto che non si capisce perché l’Eba, l’Autorità bancaria europea, abbia messo delle condizioni di ricapitalizzazione estremamente stringenti per noi e per le banche spagnole, e molto meno stringenti per le banche tedesche e francesi che invece sono strapiene di debito a rischio. E’ ovvio che portare questo capitale base al 9% significa il forte rischio che le banche nel’immediato diano vita a un altro “credit crunch”, cioè la stretta del credito: avendo necessità di capitalizzare e avendo difficoltà a ottenere soldi sull’open market, c’è il rischio che le banche siano tentate di tenere più cash possibile in cassa ed erogarne meno a famiglie e imprese. Anche questo è stato l’ennesimo errore compiuto dall’Europa, però credo più in un errore interessato.