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BORSE/ Nemmeno Napolitano salva borse e spread (il punto alla chiusura)

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Giorgio Napolitano (Foto Ansa)  Giorgio Napolitano (Foto Ansa)

È dovuto intervenire il Quirinale, nel pomeriggio, per precisare, due volte in due giorni, che Silvio Berlusconi si dimetterà da presidente del Consiglio appena approvata la “legge  di stabilità”. Il tutto avveniva mentre lo spread volava verso picchi incredibili e piazza Affari oscillava tra una perdita tra il -4% e il -5%. Con tutta probabilità, Napolitano ha voluto eliminare il “velo di incertezza”, così come lo hanno chiamato a Palazzo Mezzanotte, sulle dimissioni del Premier e ha restituito  indirettamente del “cretino” a chi glielo aveva dato in mattinata. Ma sembra, stando alle comunicazioni (non più alle informazioni) della stampa e delle televisioni, che la giornata su tutti i mercati sia caratterizzata dalle vicende politiche italiane. Da Wall Street alla nostra più modesta Confindustria sono tutti concentrati e in grande apprensione per la “questione italiana”. Del resto, dopo il vertice di Cannes e dopo quanto avevano scritto il Financial Times e altri autorevoli quotidiani europei, non ci poteva aspettare altro che una giornata come questa.

La legge dei mercati, abbastanza  pilotati, sta per prevalere su qualsiasi scelta politica. Sistemata la Grecia in modo estremamente “democratico”, per salvare le proprie banche, Germania e Francia, pensano adesso che occorre dare una sistemata all'Italia. Dire che Berlusconi e il suo governo non si meritino questo trattamento sarebbe sbagliato. Tutto quello che non sono riusciti a fare in tanti anni di governo e l'incertezza dimostrata in questi ultimi tre mesi di passione è sotto gli occhi di tutti. Ma dire che sia l'Italia a essere, sul mercato globale, l'epicentro della crisi significa credere alle favole del Mago Merlino. In realtà si evidenzia sempre di più un oligopolio finanziario mondiale che non vuole modificare le sue regole (quelle che hanno portato alla crisi del 2008) e che adesso è arrivato a imporre governi tecnici. È questo che si vuole anche per l'Italia. A meno che non ci sia qualche “suicida” che si affidi (nuovamente) a personaggi come Di Pietro e Vendola che definiscono “la lettera della Bce” una vera e propria “macelleria sociale”.


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