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FINANZA/ Bertone: due mosse contro la recessione, alla faccia dei tedeschi

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Per questo, non fasciamoci la testa di fronte alla prospettiva di un calo del Pil, idolo spesso sopravvalutato. Giorgio Fuà nel 1993 proponeva di superare il concetto di Pil, che comprende attività di beni e servizi non vendibili (le multe dei vigili o le attività delle badanti, ma non delle casalinghe) con la nozione di prodotto sociale che “esclude in tutto o in parte le attività di servizio”. Insomma, usiamo le risorse a nostra disposizione, assai inferiori di un tempo, in un modo profittevole per la società senza gonfiare il debito con spese inutili, festival di dubbio gusto, mantenimento di strutture ridondanti magari con la scusa del federalismo.

C’è un altro di motivo di speranza. Il calo delle risorse a disposizione dell’economia, comprese le piccole e medie imprese che non vengono assistite dal sistema bancario, potrebbe finalmente aiutare a spezzare alcuni tabù. In questi anni si è molto parlato di crescita dimensionale delle imprese attraverso fusioni. Ma si è fatto davvero poco: l’unica strada intrapresa per aumentare la taglia delle imprese è passata dalle acquisizioni. O meglio, dall’uscita di scena di imprenditori decisi a cambiar vita.

A differenza di quel che accade in altri paesi, non esiste una cultura della governance che consenta di mettere assieme varie esperienze e varie culture con un processo disciplinato che coinvolga managers, azionisti e indipendenti. Dalle nostre parti ci si domanda fin da subito chi comanderà. La formula ha ritardato, e non di poco, l’evoluzione del nostro capitalismo. Molti, troppi imprenditori hanno pensato a vendere, comprarsi la barca e ingegnarsi a predisporre uno scudo fiscale piuttosto che garantire la continuità aziendale con scelte imprenditoriali che mettessero in discussione il loro ruolo di “padroni”, ma fornissero alle aziende le competenze e le armi finanziarie per competere nell’economia globale, dove un marchio forte (che impone grossi investimenti per affermarsi) è la precondizione. Oggi, di fronte a banche avare per necessità se non per scelta e in assenza di compratori (salvo i big della moda) forse l’Italia delle imprese riprenderà un cammino virtuoso, simile a quello intrapreso negli anni della crescita.


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COMMENTI
16/12/2011 - la persona (francesco scifo)

Tutti questi bei ragionamenti che ci propinano economisti e giuristi, politici e giornalisti, parlano di cifre, tagli di personale pubblico, tasse, liberalizzazioni ecc. Ma tutti dimenticano che dietro ogni loro luminosa idea ci sono migliaia di persone in carne ed ossa che perdono il lavoro, che si vedono ridurre l'unica piccola pensione che hanno,che devono chiudere le loro attività autonome perchè non sono in grado di pagare nemmeno gli oneri previdenziali. Cari economisti, se volete gettare l'Italia nella povertà e nella disperazione state riuscendo nel vostro intento, poi però non trasecolate quando esplode il disagio sociale: se mancheranno i soldi per il pane la gente se lo prenderà con la forza. Quello che è successo nel 1943, dimostra che anche le mura dei palazzi del potere non garantiscono alcuna tranquillità a chi sta in cima alla piramide sociale in quei frangenti. Attenzione perchè ancora la popolazione non ha realizzato bene cosa gli state preparando, ma quando la gente lo capirà temo che non saranno bei momenti per nessuno di noi. Forse è meglio ripensare alla strategia, dato è meglio mantenere un certo debito pubblico, allocando meglio le risorse per favorire la produzione ed i consumi, piuttosto che autodistruggersi per eliminarlo, come mi pare che questa classe politica Kamikaze stia facendo. Tanti auguri, le persone sono la cosa più importante non i soldi, ricordatelo cari signori.

 
16/12/2011 - strategie di crescita (francesco taddei)

Bertone ha centrato il problema: le pmi devono fondersi per diventare più grandi e strutturarsi in modo da posizionarsi fortemente nei mercati esteri. io credo che la politica per favorire ciò debba lavorare a stretto contatto con gli imprenditori e che questo sia davvero il punto di non ritorno dell'industria italiana. o si cresce o si muore.