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FINANZA/ Ecco la medicina di Draghi e Monti per Italia e Ue

Mario Draghi (Foto Imagoeconomica) Mario Draghi (Foto Imagoeconomica)

In realtà, le cose stanno davvero messe male. Forse peggio di quel che non vogliono raccontare i due super Mario. La crisi di fiducia nei confronti dell’euro, partita ad aprile, ha progressivamente preso velocità investendo come un cancro fulminante il sistema bancario, il polmone dell’economia. Qualche numero: a fine 2010, il totale dei prestiti erogati dal sistema italiano ammontava a 2.600 miliardi circa. Di questa cifra, 400 miliardi circa facevano capo a prestatori esteri; compagnie di assicurazione, fondi pensione, multinazionali e così via. Inoltre, si calcola che i non residenti avessero sottoscritto tra il 5% e il 10% degli 857 miliardi di obbligazioni bancarie in circolazione. Insomma, circa il 20% degli impieghi dipendeva da prestiti internazionali. Una caratteristica ancor più accentuata in Francia e in Spagna, ma anche in altri paesi di Eurolandia, che è strutturalmente deficitaria su questo terreno.

Ma che è successo? Il primo segnale l’ha lanciato, in primavera, Siemens. Il gruppo tedesco, dopo aver ottenuto lo status di banca, ha avuto facoltà di parcheggiare la propria liquidità direttamente presso la Bce, cosa che ha fatto ritirando i propri depositi dalle banche francesi (500 milioni circa). Intanto, i gestori dei fondi Usa, da Pimco a Blackrock, al pari di Deutsche Bank, hanno fatto lo stesso: fuori da Eurolandia, prima dai titoli di Stato, poi dall’euro. Il risultato è stata la fuga dei quattrini verso altri lidi, anche la stessa Gran Bretagna che oggi vanta tassi più bassi della Germania. Per non parlare del T bond Usa, of course.

Negli ultimi giorni, prima dell’intervento delle banche centrali per fornire di dollari Usa a tassi assai modesti le banche europee, il fenomeno ha preso velocità: 1) tutte le grandi multinazionali hanno ridotto al minimo i depositi nella moneta comune (lo stesso Sergio Marchionne, a domanda diretta, ha riconosciuto che “la Fiat deve esser pronta ad affrontare qualsiasi scenario”); 2) la fuga si è estesa ai compratori asiatici; 3) il mercato interbancario è letteralmente scomparso, l’unico polmone di liquidità è la Bce. All’istituto di Francoforte, in queste settimane, le banche italiane hanno fatto ricorso per circa 130-140 miliardi. La cifra corrisponde al deflusso dai conti correnti dei depositi delle grandi società e dei grandi fondi. Un salasso a lungo andare insostenibile: i depositi bancari italiani ammontano a 1.374 miliardi, difficile che possano sostituire i capitali defluiti dal sistema. Ancor più difficile che il sistema bancario, che raccoglie depositi a vista per impiegarli a più lungo termine, possa sostenere nel tempo il fenomeno (forse le cose stanno peggio in Spagna, non meglio in Francia).